Dai problemi alle soluzioni: parlano le/gli economiste/i

I problemi che hanno le donne italiane li conosciamo bene. Li conosciamo perché li viviamo sulla nostra pelle, perché vediamo le amiche arrabattarsi con precarietà, desiderio di maternità, figli piccoli, genitori anziani. Li ha descritti bene il Rapporto Istat.
Ma le soluzioni? Né i governi di destra né quelli di sinistra sembrano aver fatto una gran differenza. Forse perché governi non ci hanno ascoltato abbastanza? O forse perché noi stesse non abbiamo le idee chiare? O forse proprio perché ci sono diverse soluzioni, diversi pareri su come uscirne, e non c’è ancora un consenso. Fare buona politica vuol dire costruire consenso non solo su quali sono i problemi, ma anche su quali sono le soluzioni.
Per fare capire più chiaramente come ci esistano diverse opzioni politiche che possono dare risposta ai problemi che poniamo sul tappeto, e per aiutare ognuna di noi a pensare e a capire quali potrebbero essere, abbiamo intervistato alcuni esperti, uomini e donne, ponendo loro le stesse quattro semplici domande: 1) perché in Italia la situazione lavorativa delle donne è quella che è 2) qual è il legame tra scelte di genitorialità e lavoro femminile 3)quali sono le politiche di largo respiro che andrebbero fatte per migliorare la situazione 4) quali sono gli interventi specifici sulle regole del lavoro e sul welfare che raccomanderebbero.
Vi presentiamo le domande e le risposte, invitandovi a leggere e a confrontare, apprezzando le diversità di impostazioni e le somiglianze. L’incontro di Siena è un incontro aperto, un incontro di dialogo, in cui anche posizioni diverse hanno cittadinanza. Il 13 febbraio abbiamo detto basta. Il 9 e 10 luglio vogliamo conoscerci e metterci in rete per ottenere quello che ci occorre: accettiamo la responsabilità politica di pensarci, di scegliere, e di spiegare cosa vogliamo e come vogliamo ottenerlo…

Gli intervistati:

Maurizio Barzini, Professore ordinario di Economia pubblica, Università La Sapienza

Luigi Guiso, Professore di Economia alla European University Institute, Firenze

Fabrizio Barca, Dirigente presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze

Elisabetta Addis, Professore Associato di Economia Politica all’Università di Sassari.

Paola Villa, Professore Ordinario Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Trento, Università degli Studi di Trento

Maurizio Ferrera, Professore Ordinario di Scienza Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano

DOMANDE E RISPOSTE

Cosa ha determinato e determina ancora oggi la maggiore difficoltà per l’occupazione femminile in Italia?

Barzini Negli ultimi anni contraddistinti dalla crisi, c’è stata una enfasi sul fenomeno della scarsa partecipazione delle donne al lavoro regolarmente retribuito. La situazione è peggiorata, ma non stavamo bene neanche prima perché non erano stati rimossi gli ostacoli che rendevano difficile conciliare il lavoro con la famiglia. Dopo le grandi riforme degli anni 70 la situazione si è impantanata. Non c’è disponibilità di lavori “adatti” alle donne, non ci sono orari flessibili, e il part-time comporta una eccessiva diminuzione dello stipendio. E’ mancata qualunque politica sociale ed economica in favore delle donne. In questi ultimi anni, come dice l’Istat, 800mila donne hanno abbandonato il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Ma che fare? Il datore di lavoro, lasciato libero, preferisce assumere giovani con contratti a tempo, ricorrendo a volte, perfino, alle dimissioni firmate in bianco prima della assunzione di una donna. Le donne vengono indotte a licenziarsi a meno che non abbiano lavori straordinariamente ben pagati. Dovremmo rivedere la questione: non basta infatti creare con la flessibilità nuovi posti di lavoro, se questi posti sono precari e non garantiscono un futuro.

Guiso La situazione italiana è stabile. Nel paese non cresce il numero delle donne regolarmente occupate. Perfino in Spagna è più alto. Questo fenomeno succede sempre quando da una società contadina, dove le donne lavorano, si passa a una industriale, dove l’uomo va in fabbrica e la donna resta a casa con i figli. Ma da noi la situazione è persistente, senza evoluzione. Le ragioni sono molte. Io personalmente credo che quella principale sia di origine culturale: la famiglia da noi svolge una funzione centrale come produttrice di beni e di servizi. In Italia le donne cucinano più che all’estero, curano i figli più a lungo, assistono gli anziani, badano alla casa. E’ un dato di fatto, il modello è questo. Non ritengo che la chiesa cattolica oggi contribuisca alla persistenza di questo modello, ma certo avere il Vaticano in casa fa sentire la sua influenza. Da noi la cultura italiana agisce da freno, il processo di uguaglianza tra sessi è rallentato, il gap tra maschi e femmine resta forte. Ma per cambiare un modello culturale occorrono tempi assai lunghi. A mio avviso ad agire da freno è questo, più che la disparità di salario tra uomini e donne o la difficoltà delle donne a far carriera.

Barca Non c’è dubbio che il mercato del lavoro sia influenzato anche da fattori valoriali e culturali. La conferma si ha mettendo a confronto quante ore dedicano al lavoro domestico donne e uomini sopra i 65 anni e quindi in pensione: 6 ore le donne 2 e mezzo gli uomini. La situazione italiana è ferma da almeno 20 anni, non sappiamo, invece, che succederà quando una nuova generazione educata diversamente andrà in pensione. Ma non è solo questo. Guardiamo il mercato del lavoro dal punto di vista del tasso di occupazione. Qua l’Italia è divisa tra nord e sud. Il divario tra maschi è femmine nella Unione europea è di 12 punti. Nel nord Italia di 18 punti, nel sud addirittura di 27, mentre se guardiamo solo all’occupazione il 74% dei maschi del nord è occupato contro una media europea del 70%. Da questi dati si evince che solo 6 punti separano il nord Italia dal resto d’Europa, mentre addirittura 9 separano il nostro sud dal nostro nord: c’è quindi da affrontare la questione meridionale che è poi quella del sottosviluppo. Al sud i servizi sono peggiori e la gente non si aspetta che migliorino, il che è ancora più grave. E questa situazione va avanti da 50 anni, anzi la forbice tra nord e sud s’è allargata.

Addis La crescita economica è un processo per cui la soddisfazione dei bisogni umani avviene acquistando sul mercato quei beni e servizi che in epoca preindustriale venivano prodotti dalle famiglie stesse per provvedere al proprio benessere. Lo stadio in cui i lavori “maschili” sono passati al mercato e quelli “femminili” sono ancora casalinghi è solo una fase della fine del diciannovesimo e primo ventesimo secolo. Poi piano piano le società si organizzano, e, anche attraverso lo Stato sociale che sostituisce la famiglia in alcuni compiti di cura (istruzione, previdenza, assistenza ai malati…) prevalgono regimi in cui il lavoro femminile è utilizzato nel settore privato o nel settore pubblico, in maniera più efficace ed efficiente che non rimanendo fuori dal mercato del lavoro. In Italia, anche a causa di uno Stato sociale pensato male, lavorista e familista, questo processo non si compie. Questo stato di cose è noto agli studiosi del Welfare da più di dieci anni, ma né i governi di destra, né i governi di sinistra hanno saputo non dico rispondere, ma neanche impostare correttamente la questione. Le donne italiane ne hanno pagato il prezzo.

Villa Esiste indubbiamente una relazione tra la bassa crescita dell’economia italiana e la sotto-utilizzazione della componente femminile in età lavorativa. Negli ultimi decenni il tasso di istruzione delle giovani donne è aumentato in modo significativo, le giovani sono mediamente più istruite dei coetanei maschi, conseguono titoli di studio in tempi più brevi e con votazioni migliori. A questi miglioramenti nella qualità della forza lavoro femminile potenziale non ha fatto riscontro un corrispondente adeguamento nella quantità e nella qualità dei lavori offerti alle donne. Il risultato è una disuguaglianza di trattamento in base al genere, con una forte penalizzazione per le giovani generazioni di donne, e un’inefficienza da parte del sistema produttivo che non è in grado di occupare e valorizzare i talenti migliori (una quota consistente di forza lavoro potenziale). Per non parlare dello spreco di risorse da parte del sistema nel suo complesso che investe nell’istruzione di queste donne che non riescono a trovare una adeguata collocazione nel mondo del lavoro.

Ferrera Esiste sicuramente una relazione tra la bassa crescita economica italiana e la scarsa partecipazione delle donne alla forza lavoro. Come mostra l’esperienza di altri Paesi, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro porta due enormi vantaggi sotto il profilo economico.

  1. Il primo e più ovvio è l’aumento del reddito delle famiglie. Se anche la donna guadagna, le famiglie hanno maggiore capacità di consumo, risparmio e investimento. Con un secondo impiego in famiglia diminuisce il rischio di povertà e di vulnerabilità rispetto a eventi imprevisti non solo per le maggiori entrate, ma anche per la maggiore sicurezza derivante da fatto di avere più relazioni sociali e più tutele. Il reddito femminile in famiglia fa aumentare la disponibilità ad assumere rischi, a scommettere sul futuro e ad accettare flessibilità e cambiamenti. L’occupazione femminile favorisce così il dinamismo dell’economia e della società.

  2. Il secondo enorme vantaggio dell’occupazione femminile è che essa crea altro lavoro. Non è un gioco di parole. Le famiglie a doppio reddito consumano molti più servizi delle famiglie mono-reddito: perché se lo possono permettere ma anche perché non ne possono fare a meno, vista la minore quantità di tempo a disposizione. Secondo alcune stime, per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si creano fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi: assistenza all’ infanzia e agli anziani, prestazioni per i vari bisogni domestici, ricreazione, ristorazione e così via. Sappiamo che nelle società post-industriali le maggiori prospettive di incremento occupazionale si concentrano proprio nei servizi. Grazie alla globalizzazione molti servizi alle imprese (ad esempio ai famosi call-center) possono tuttavia essere trasferiti in Paesi lontani, dove il lavoro costa meno. I servizi alle famiglie hanno invece il grande vantaggio che devono essere prodotti vicino a chi li consuma. I 15 posti aggiuntivi per ogni 100 donne occupate resterebbero quindi tutti in Italia. Dalle statistiche risulta che l’Italia ha un forte deficit di occupati proprio nel settore dei servizi alle famiglie: circa 20% in meno rispetto a Paesi come Stati Uniti, Inghilterra, Olanda o Danimarca. L’Italia è come intrappolata in un circolo vizioso: la scarsità di servizi è collegata alla bassa partecipazione lavorativa delle donne, che a sua volta è collegata alla scarsità di servizi. Bisogna spezzare questo circolo e accendere al più presto il motore dell’occupazione femminile, sfruttando tutti i suoi “moltiplicatori”.

Una riflessione sul rapporto tra bassa natalità e occupazione femminile nel nostro paese

Franzini E’ vero: l’Italia oggi non fa più figli, neanche i 2 necessari a “sostituire” i genitori. Il motivo è semplice: il costo di un figlio non si scarica sulla collettività, ma su padre e madre. Il bambino non è considerato un bene per tutti. Il pubblico non fa la sua parte né con asili nido, né con altre forme di assistenza.Il precariato, nato con la buona intenzione di Treu prima e di Biagi dopo per ampliare il mondo del lavoro, s’è trasformato in un dramma nazionale. E’ stato sottovalutato il prezzo che avremmo pagato dalla liberalizzazione dei contratti di lavoro. E’ assurdo che in una stessa azienda due lavoratori che svolgono lo stesso compito abbiano stipendi diversi e tutele diverse solo perché i loro contratti sono diversi, firmati in anni differenti. Aver creato la categoria dei garantiti e non garantiti ha sviluppato nuove povertà. Il tasso di famiglie povere in Italia è il più alto d’Europa: 1 bambino su 4 vive in una famiglia povera, nonostante i nonni, quando possono, forniscano aiuti consumando i loro risparmi. Questo comporta per lui danni irreparabili. Il bambino povero è’ insicuro, studia meno, accetta qualsiasi lavoro, non progetta il futuro, non ha sogni, ha la vita segnata. Occorrerebbe almeno che queste famiglie dove il padre, ma spesso anche la madre, fanno lavori precari o in nero, abbiano un assegno di disoccupazione o un’altra forma di protezione.

Guiso La bassa natalità italiana appare a noi studiosi un fatto misterioso. Negli anni 50 e 60 si avevano in media 3 figli a testa, oggi poco più di 1. Eppure non è cresciuta quanto ci si attendeva l’occupazione femminile e le condizioni economiche generali sono migliorate. La realtà è che le coppie concentrano tutti i loro sforzi affettivi e economici sul “monobambino”, caricandolo di ansie e aspettative che non giovano al suo sviluppo. Forse servirebbe potenziare l’offerta di asili nido, anche se, il fatto che i privati non si siano gettati su questo settore, dimostra che la richiesta non è abbastanza forte e impellente. In passato alcuni grandi enti come l’ENI di Mattei , l’Olivetti, la Banca d’Italia, qualche ministero aveva creato gli asili aziendali, a mio avviso la soluzione più opportuna. Ma il loro esempio illuminato non ha avuto gran seguito, e del resto, in questa Italia di piccole aziende, non si può pretendere di più perché aprire un nido costa. La mia idea è sempre la stessa: manca il consenso sociale nei confronti della madre che lascia il figlio alle cure di mani estranee e per di più a pagamento. Inoltre in Italia assistiamo al fenomeno della maternità tardive: le ragazze studiano più a lungo, godono anni di libertà e con le nuove tecnologie le donne partoriscono più avanti negli anni. E’ ovvio, a questo punto, che facciano un figlio solo. Come uscirne? La cultura familistica non la sappiamo modificare. Possiamo offrire però più servizi per l’infanzia, pubblici o privati, vicini ai luoghi di lavoro della madre o del padre e vedere se queste strutture sociali organizzate ci aiutino ad aprire le famiglie, a far cadere quelle pareti nelle quali si sono chiuse da quando non c’è più la civiltà contadina che, per necessità, prevedeva la famiglia patriarcale allargata. Sarebbe un gran vantaggio per le nuove generazioni che potrebbero essere educate da più persone, ascoltando più voci e meglio aprendosi al mondo. La sola cosa che sappiamo è che i convincimenti culturali vengono abbandonati oppure mutati con lentezza estrema. A volte persistono anche quando non sono più utili perché ci sono resistenze intime e profonde ad accettare nuovi comportamenti.

Barca Perché non si fanno figli? Qualche ipotesi. Da 12 anni la produttività è ferma e se non c’è ricchezza da dividere ne risentono salari e stipendi: le persone, quindi, sanno che non potranno garantire ai loro figli lo stesso benessere di cui hanno goduto e non mettono al mondo bambini. In Italia non si è mai affermato come nei paesi anglosassoni il modello della famiglia-impresa, quella che si indebita con le banche per comprare una casa, per sottoscrivere una assicurazione, per mandare i figli in una buona scuola. L’Italia ha sempre avuto la propensione al risparmio, seguendo il vecchio modello delle società contadine e questo ci è stato anche rimproverato a livello internazionale. Il modello anglosassone, però, è quello che più ha risentito della crisi finanziaria di Wall Street, mentre il nostro solo da qualche anno ha cominciato a erodere i suoi risparmi. Certo è che senza una casa, una assicurazione e un lavoro garantito gli italiani hanno smesso di far figli. C’è poi una terza causa. In Italia le relazioni industriali e sindacali, dal dopoguerra in avanti, hanno sempre avuto un andamento fluttuante: una volta a favore delle aziende, un’altra a favore dei lavoratori. Negli anni 80 il pendolo ha cominciato a muoversi a favore delle aziende. La marcia dei 40mila alla Fiat è stato il primo segno. Con Marco Magnani nel 1985 abbiamo fatto uno studio scoprendo che in 5 anni il numero di ore che le donne lavoratrici prendevano per la maternità si era dimezzato. La ragione? O facevano meno figli delle altre donne italiane perché la loro fecondità era improvvisamente diminuita, oppure spaventate dal rischio di perdere il posto chiedevano meno permessi.

Addis Nonostante gli studi statisticamente complessi sulla questione della natalità, il legame tra lavoro femminile e maternità rimane ancora oscuro. Un tempo sembrava scontato che l’entrata delle donne nel lavoro retribuito facesse calare i tassi di natalità. Questo era probabilmente vero nel passaggio dai tassi di natalità superiori ai 4 figli per donna agli attuali poco superiori a 1 figlio per donna fertile . Oggi appare invece che tra i paesi occidentali, i tassi sono più alti – ma sempre sotto ai due figli per donna fertile- nei paesi in cui le donne hanno maggiori opportunità lavorative. Il problema è che è difficile misurare la cosa che davvero conta: non solo la disponibilità di risorse, ma anche la autonomia di reddito, il sapere cioè di avere, da qualunque fonte, denaro proprio (proprio, non del partner: disponibile anche se la coppia genitoriale dovesse venir meno) con una certa garanzia di continuità. In Italia le donne non trovano abbastanza occupazione retribuita, subiscono la precarietà lavorativa, non ci sono altri strumenti di garanzia del reddito in assenza di lavoro, e non ci sono servizi pubblici alle famiglie con bambini e anziani. In più, le donne che lavorano lo fanno generalmente a tempo pieno. In queste condizioni, non c’è da stupirsi che molte donne e molte coppie non si sentano abbastanza sicure da dare corso al progetto di avere figli.

Villa Come messo in evidenza nella ricca letteratura sui regimi di welfare, il nostro paese si caratterizza per un sistema di welfare familista, ovvero un sistema che pone al centro la famiglia in quando istituzione di sostegno per la cura e l’assistenza economica dei soggetti più fragili, ma non interviene a sostegno della famiglia. A questo consegue uno scarso sviluppo di politiche per la famiglia e un inadeguato sistema di sostegno al reddito, frammentato e ineguale. Basti ricordare che in Italia la spesa sociale per la famiglia, misurata come quota sul PIL, corrisponde a circa la metà della spesa media UE. Negli ultimi decenni le giovani generazioni di donne hanno progressivamente innalzato il livello d’istruzione, tanto da superare quello dei coetanei dalla metà degli anni novanta. Con l’innalzamento nel livello d’istruzione sono aumentate le aspettative rispetto all’inserimento nel mercato del lavoro e alla qualità dei lavori, incluso il grado di protezione in caso di maternità. L’aumento nel tasso di occupazione femminile, anche se modesto, non è stato accompagnato né da una riduzione delle difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro né da un miglioramento della qualità dei lavori offerti alle donne. In altre parole, le donne sono oramai più istruite e hanno performance scolastiche migliori, ma continuano ad incontrare maggiori difficoltà rispetto ai coetanei nell’inserimento in lavori sicuri, con adeguate tutele in caso di maternità. La possibilità da parte delle imprese di utilizzare contratti atipici si è tradotta in una nuova forma di discriminazione nei confronti delle giovani donne; questi contratti possono essere utilizzati per evitare i costi economici ed organizzativi legati ad una possibile futura maternità. Le difficoltà di accesso ad un lavoro sicuro e l’inadeguatezza del sistema delle tutele previsto per i contratti atipici hanno ripercussioni negative sulla transizione alla vita adulta, in particolare sulle decisioni di maternità. L’insicurezza rispetto al lavoro, caratteristica dei lavori precari, accentua la tendenza a posticipare la maternità. Una volta superato l’ostacolo, ovvero la conquista di un lavoro sicuro che permette di affrontare la maternità in modo sereno, si presentano altre difficoltà che spingono alla rinuncia di un’altra maternità, oppure alla rinuncia del lavoro ‘preferito’ per l’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia. Se non addirittura alla rinuncia al lavoro retribuito.

Ferrera I sondaggi Eurobarometro ci dicono che, al di là dei motivi di salute (che sono in crescita perché cresce l’età della prima gravidanza) giocano due fattori nei tassi di natalità italiani, tra i più bassi del mondo: le difficoltà economiche e la difficoltà di combinare lavoro e famiglia. Nel caso italiano i motivi economici tendono a prevalere fra le coppie dove la donna non lavora. Le difficoltà di conciliazione vengono indicate soprattutto fra le coppie in cui la donna lavora. Insomma: laddove non è il risultato di problemi biologici il cosiddetto child gap, il divario fra figli desiderati e figli effettivamente avuti, è in larga misura dovuto al problematico rapporto fra donne e mercato del lavoro. Se la donna non lavora, l’accudimento dei figli non è un problema ma la situazione economica della famiglia resta vulnerabile e l’espansione della famiglia rischia di provocare forti tensioni nel bilancio familiare. Se la donna lavora, la situazione economica è più florida e stabile, ma combinare lavoro e figli diventa un grosso problema, al punto che molte donne sono costrette a smettere tout court di lavorare dopo il primo figlio. Scilla e Cariddi: per non naufragare, le coppie italiane si arrendono alla bassa fecondità.

Quali provvedimenti per rilanciare l’occupazione femminile e quali politiche per sostenere l’occupazione di giovani e donne?

Barzini C’è una questione generale: la crescita economica è stagnante per tutti, uomini e donne. C’è poco lavoro, e su questo non sappiamo che fare. Ma il prezzo più alto lo pagano le donne, specie nel Mezzogiorno dove la disoccupazione femminile è altissima. Servono politiche specifiche per il Mezzogiorno. Anche perché , e questo è un altro paradosso, le donne laureate crescono ogni anno ma trovano un lavoro solo al di sotto delle loro capacità e del loro titolo. La fuga dei cervelli ne è la prova. Potremmo rendere meno oneroso per il datore di lavoro l’assunzione di donne mediante sgravi fiscali. E’ una ipotesi. Ma occorrono controlli severi per evitare che i datori di lavoro intaschino questo vantaggio senza effettuare una politica adeguata di parità nell’azienda. Oppure si potrebbero imporre delle quote “rosa”: un “tot” di assunzioni femminili obbligatorio.Sarebbe una pratica temporanea ma potrebbe smuovere alcune prevenzioni antiche che sussistono nei confronti della donna che lavora. La discriminazione praticata oggi è vergognosa. Molti economisti sono perplessi su queste soluzioni, ma qualcosa dobbiamo inventarci

Guiso La precarietà è un problema vastissimo che riguarda intere generazioni, maschi e femmine. L’Italia non è stata esposta come tanti altri paesi alla crisi finanziaria partita da Wall Street. E neanche alle crisi economiche che hanno colpito Spagna, Portogallo, Irlanda. La Grecia è un caso a parte. Eppure da noi la precarietà è un problema da cui non siamo capaci di uscire. L’economia ristagna. Il Pil non cresce. Certo, a differenza della Germania, della Gran Bretagna e della Francia, l’economia italiana non è mai stata solidissima. Ma ci sono altre ragioni. Una è che le liberalizzazioni sono state fatte a metà. Chi era dentro , tutelato, anche per volere dei sindacati, ha continuato a veder riconosciuti i suoi diritti mentre i nuovi assunti, hanno avuti contratti a tempo o a progetto e possono essere licenziati a piacimento. Il gap tra generazioni è diventato enorme ma tornare indietro è impossibile. Le aziende andrebbero tutte via dall’Italia alla ricerca di un luogo dove il costo del lavoro è più basso perché questa è la legge del mercato. Servono, quindi, assegni di disoccupazione per dare sicurezza ai lavoratori che passano da un contratto a un altro, con lunghi intervalli di disoccupazione, anche perché le tutele non sono estese dal ministero del lavoro a tutte le aziende in ugual modo. Occorre dare certezze alle nuove generazioni. Certezze che non saranno quelle del passato ma che devono garantire la possibilità di progettare un futuro, mettere su una famiglia, acquistare una casa. Questo mercato italiano mezzo liberalizzato e mezzo no è un disastro. In USA perdere il lavoro non è una tragedia: se ne trova un altro. Non è così in Italia. Per di più i precari rappresentano soltanto tra l’8 e il 9 % della forza lavoro: è una fortuna per il paese ma non per loro. Contano poco. Non fanno massa. Non influiscono sulla politica. Sono minoritari, quindi ignorati. Attendono e sono costretti ad attendere tempi migliori

Barca Se c’è un problema culturale occorrono tempi lunghissimi per risolverlo. Si arriverà a soluzione solo quando tutti avvertiranno che il mancato lavoro retribuito femminile è una dispersione di capitale umano oltre che una chiara ingiustizia. La questione dovrebbe investire tanto i maschi come le femmine: se ne dovrebbe parlare a scuola, sui giornali, nella società. Dovrebbe essere affrontata collettivamente per arrivare a un processo di sviluppo condiviso altrimenti la discriminazione verrà perpetrata. In Olanda, per esempio, i lavoratori maschi e femmine hanno un giorno di libertà in più per quello che chiamano il lavoro familiare perché sanno che i figli e la casa hanno bisogno di cura. Da noi niente e in questo caso il sottosviluppo non c’entra. Nel nord, infatti, dove il 56% delle donne lavora contro il 31% del sud, nessuno ha mai pensato a dare a maschi e femmine una giornata di libertà per la cura della famiglia. Come se ne esce? Non lo sappiamo. Azzardiamo ipotesi. In tutto il mondo democratico le élite politiche concepiscono lo stato come un mezzo per rafforzare il loro potere, ma più l’opinione pubblica è avveduta e attenta, più devono muoversi con cautela se vogliono la rielezione. Nel sud, e a volta anche nel nord d’Italia, si è creato invece un binomio mortale. I politici pensano solo al loro interesse particolare dimenticando quello generale e la gente sfiduciata non pretende che vengano cacciati ma cerca di inserirsi in questo giro di favori badando a difendere il proprio interesse. Dovrebbe essere la politica nazionale a intervenire ma spesso è proprio la politica nazionale a usare i poteri locali come collettori di voti. Come spezzare questo stato di cose? Il sud potrebbe cambiare se si moltiplicassero gli amministratori che guardano al bene della collettività: niente funziona meglio che il buon esempio. Ma il paese ha bisogno anche di altro. Liberalizzare l’accesso alle professioni. Rendere più integrata la struttura del piccolo commercio. Infine rafforzare il potere dei sindacati legandoli ai sindacati della Comunità europea: opporsi da soli alle multinazionali non è possibile, ma opporsi uniti ai sindacati di tutta l’Europa è fattibile. Va cercato un nuovo bilanciamento tra capitale da una parte e lavoro dall’altra. E va stabilito un rapporto più stretto tra ricerca universitaria e innovazione industriale, altrimenti le nostre aziende corrono il rischio di non poter più concorrere nel mercato globale. Oggi, purtroppo, tutto è bloccato.

Addis Il mercato del lavoro oggi è spaccato in due parti. Una metà dei lavoratori rimane troppo protetta secondo il punto di vista delle imprese (quelli a tempo indeterminato), e un’altra troppo poco protetta secondo il punto di vista dei lavoratori e delle lavoratrici stesse (i lavoratori atipici). Questi ultimi rimangono precari anche perché le imprese preferiscono perderli che assumerli a tempo indeterminato. Devo dire che io sono d’accordo sia con le imprese che con i lavoratori precari. C’è troppa protezione per alcuni, e drammaticamente troppo poca per altri. Ma anche questo è un fallimento della politica: è necessario trovare un ordinamento uniforme, lo stesso per tutti, che non sia troppo punitivo per le imprese e che metta fine al precariato, un punto di compromesso virtuoso che superi l’attuale stallo. Poi c’è il problema della garanzia del reddito: la Cassa Integrazione deve essere sostituita con un trasferimento a carico della fiscalità generale che spetti al disoccupato in quanto cittadino, non in quanto lavoratore di una determinata impresa. Si sente proporre da venti anni. Tutti riconoscono che è giusto. Perché ancora non è stato fatto?

Ci sono alcune politiche specifiche rivolte alle donne che sono attuali e urgenti

  1. L’assegno di maternità esteso a tutte le donne e a carico non della contribuzione sul salario ma della fiscalità generale. Ciò non esclude naturalmente che le lavoratrici posano godere anche di una indennità contributiva.

  2. Il ripristino della legge che previene il licenziamento per maternità mediante dimissioni in bianco.

  3. L’utilizzo del risparmio ottenuto innalzando l’età pensionistica delle dipendenti pubbliche per politiche di conciliazione e condivisione della genitorialità. Mandando le donne in pensione più tardi si sono tolte alle famiglie giovani le nonne che facevano da baby sitter ai nipotini. In cambio non sono stati dati asili o servizi. Cosa pensate che succederà al tasso di natalità?

  4. In ottobre 2010 è passata al Parlamento Europeo la proposta di Direttiva che prevede quindici giorni di congedo obbligatorio per il padre, retribuito al 100% del salario, a carico della fiscalità generale e non di un fondo contributivo. L’Italia farebbe bene ad anticipare quanto previsto da questa direttiva istituendo questo tipo di congedo in Italia.

Villa L’incapacità di riformare il sistema familistico del welfare, la discriminazione nel mondo del lavoro e il tradizionale sistema di valori, basato su una ancora rigida divisione dei ruoli in base al genere, costituiscono un ostacolo formidabile all’inclusione delle donne. Malgrado una legislazione molto avanzata in materia di congedi parentali, di fatto le soluzioni disponibili al problema della conciliazione tra lavoro retribuito e lavoro di cura sono principalmente due: il ricorso alla famiglia allargata (genitori e nonni) per l’assolvimento dei compiti di cura e, in misura crescente, il lavoro a tempo parziale per le donne. Ma le imprese sono riluttanti a offrire lavori part-time, specialmente quando le collaborazioni offrono un mezzo meno costoso di combinare la domanda di un impegno a tempo ridotto da parte delle donne con l’obiettivo di minimizzare i costi da parte delle imprese.

Ecco alcune proposte abbozzate:

  • Re-introdurre la reversibilità del contratto part-time (in tutte le tipologie possibili, verticale/ orizzontale, part-time lungo, ecc.) per i lavoratori con responsabilità familiari (diritto a farne richiesta, con la possibilità di rimodulare l’oraria in un periodo successivo)

  • Eliminare le differenze esistenti nel costo del lavoro tra le varie tipologie di contratto. Il menu di contratti atipici introdotti dal legislatore è molto vasto; i vari contratti implicano costi complessivi differenziati, quindi le imprese sono di fatto incentivate ad utilizzare i contratti meno costosi, che sono anche quelli più insicuri, con minori tutele e minori diritti.

  • Rilanciare il cosiddetto contratto di apprendistato (nelle tre tipologie prevista dal legislatore), ma tenendo conto delle diverse opportunità occupazionali per sesso. Si potrebbero introdurre incentivi economici per le imprese che assumono giovani donne (tenendo conto del tasso di disoccupazione registrato nel mercato del lavoro locale).

  • Intensificare l’attività degli ispettorati del lavoro (per ridurre il rischio che la riduzione della precarietà si trasformi in un aumento del lavoro nero, per monitorare il fenomeno delle “dimissioni” in caso di maternità).

Ferrera Il nostro paese è caratterizzato da tante distorsioni e manchevolezze in termini di congedi, prestazioni familiari, organizzazione del lavoro, servizi per bambini e anziani, regolazione di orari e tempi (non solo di lavoro ma anche di vita) e così via. Va segnalata anche una scarsa diffusione fra i maschi italiani della cultura della condivisione, cioè di una più equa e simmetrica spartizione di ruoli e compiti di cura all’interno della famiglia. Il semplice buon senso suggerisce di iniziare da quelle misure regolative che non hanno implicazioni finanziarie dirette ma che possono dare un impulso immediato e tangibile alla conciliazione: organizzazione del lavoro, tempi, orari. Non a caso, fra le donne inattive ben il 70% indica proprio la flessibilità di orari e tempi come pre-condizione per entrare nel mercato del lavoro. Gli interventi su questo fronte potrebbero avere anche effetti positivi sul piano dell’occupazione. Per quanto riguarda i congedi, una misura non troppo onerosa sul piano finanziario ma molto innovativa sul piano simbolico potrebbe essere l’introduzione del congedo di paternità, per lanciare un segnale non solo in termini di conciliazione ma anche di condivisione. Sul fronte dei servizi sociali, dovendo scegliere o comunque modulare nel tempo l’investimento di risorse pubbliche sembrerebbe opportuno dare la precedenza ai servizi per la prima infanzia, vista la loro triplice ricaduta positiva: nuovi posti di lavoro nei nidi, conciliazione e promozione delle opportunità delle bambine e dei bambini, soprattutto quelli che nascono in famiglie svantaggiate. Anche in questo caso, una scelta che muovesse in questa direzione sarebbe in linea con le preferenze delle donne inattive: in tutte le fasce di età (ma soprattutto fra le donne sotto i 35 anni) la domanda di servizi per l’infanzia si rivela più elevata rispetto a quella di servizi per anziani.E’ chiaro che per il medio e lungo periodo si pone il problema delle risorse finanziarie: questo genere di interventi ha un costo elevato (a spanne almeno due punti di PIL). In parte questo costo può essere compensato proprio dalla maggiore occupazione femminile e dalla maggior crescita ad essa collegata. Ma, soprattutto nelle prime fasi di transizione, è necessario investire. Il recupero dell’evasione fiscale può dare un contributo apprezzabile al problema delle risorse. Considerato il peso ancora enorme del debito pubblico e il vincolo europeo, non è pensabile che quei due punti di PIL possano provenire da spesa pubblica aggiuntiva. Perciò la soluzione al problema delle risorse è ancora oggi quella indicata dieci anni fa dalla Commissione Onofri: ricalibrare la struttura della nostra spesa sociale, spostando risorse dalla voce “vecchiaia” alle voci “famiglia”, “inclusione”, “occupazione”, “non autosufficienza”. Per quanto riguarda il lavoro precario , è senz’altro vero che esso genera dilemmi pressoché insolubili di conciliazione: come si fa a rendere compatibili figli e lavoro senza un minimo di sicurezza economica e sociale? Le ricerche empiriche segnalano che l’occupazione precaria dei giovani ostacola sia la formazione di nuove famiglie sia la fecondità, soprattutto nel Sud. La sfida per il nostro paese è quella di fornire ai giovani una base di sicurezza che consenta loro di gestire la flessibilità, anzi di trarne vantaggio per progettare e realizzare percorsi di vita e di lavoro più ricchi e variegati di quelli dei loro genitori. Nel Nord Europa è già in buona misura così. Prendiamo cento coppie di giovani che vivono insieme, di età inferiore ai 30 anni. In Finlandia la metà di queste coppie riceve sussidi per l’affitto, un quarto riceve assegni per i figli, un quinto prestazioni di assistenza sociale e/o sussidi di disoccupazione. In Italia la percentuale di coppie che ricevono sussidi per l’affitto è dello 0,7%, quella che riceve assegni familiari è pari a 3,1%, per i sussidi di disoccupazione siamo al 2.3% (dati European Community Household Panel). E’ in queste cifre che si manifesta la drammatica anomalia della situazione italiana. L’esempio finlandese segnala però che sconfiggere il dramma della precarietà italiana è possibile. Non tornando indietro, nel miraggio di poter resuscitare la logica del posto fisso a vita, possibilmente nell’area dove si è nati e cresciuti. Ma andando avanti, per creare anche in Italia un sistema moderno di flexicurity. E correggendo i tanti squilibri inter-generazionali del nostro modello sociale che oggi vanno contro la condizione giovanile.

 

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13 commenti on “Dai problemi alle soluzioni: parlano le/gli economiste/i”

  1. […] In cerca di risposte, abbiamo intervistato economiste ed economisti, vi invitiamo a leggere le domande e le risposte, a confrontarle e ad apprezzare le diversità di impostazioni e le somiglianze. Clicca qui […]

  2. redenta ha detto:

    Di queste analisi si muore. A meno che non diventino alfabetizzanti. Ma serve uscire dalla coazione a ripetere. Non si può procedere ad aggiustamenti all’interno dello stesso. Serve che donne e uomini si affianchino per testimoniare pubblicamente ogni situazione che giudicano virtuosa; per confortare con l’individuazione dei meccanismi perversi quel micidiale “é colpa mia” che accompagna donne che rischiano senza risultati. Serve prendersi subito saperi: chi può deve mettere a disposizione eccellenze, solo e sempre eccellenze. Il nostro studiare a lungo a scuola non ripaga: occorre studiare di continuo, ovunque, a contatto con eccellenze. E procedere a scelte di vita (amorose, affettive, genitoriali, professionali, di genialità) sensate e non di ripiego.
    I tre video in sito sono amabilissimi.
    Quanto mi è difficile non arrivare a Siena. Conto che il mio vivere onori il vostro. Io coltivo orti slow.

  3. Rosangela Pesenti ha detto:

    Non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone.
    Audre Lorde

    L’IMPREVISTO DELLA STORIA SIAMO NOI

    Che cosa ci muove, più di mille donne, su una chiamata che non ha ancora un programma e delle mete precise?
    Certamente la fiducia, che accordiamo a donne che hanno scelto di usare la propria visibilità, la posizione di piccolo o grande potere già raggiunta, a favore di tutte.
    Certamente la speranza, di riuscire ad andare oltre le parole e trovare le azioni per mettere sul tappeto della politica un cambiamento radicale, con un passo per volta, ma radicale.
    Certamente la determinazione, perché molte di noi hanno cominciato tanti anni fa e sappiamo che continueremo la nostra lotta, nonviolenta, quotidiana, rivoluzionaria.
    Certamente la tenerezza, per le ragazze e i ragazzi che cominciano adesso e noi sappiamo già che ci saranno momenti di scoraggiamento, ma proprio per loro testimoniamo che si può fare.
    Certamente la saggezza perché sappiamo che fare rete tra donne migliora comunque la vita, di tutte e tutti.
    Certamente la memoria, di tante donne, di tante lotte, di tante storie cercate scoperte ascoltate, di tanti eventi costruiti, e voglio ricordare l’ultimo, per me straordinario, il decennale di Punto G a Genova.

    Vorrei che a Siena potessimo dire insieme alcune cose:
    1. Che l’economia della riproduzione è quella che tiene in piedi il mondo.
    La riproduzione biologica: crescere bambini e bambine; metterli al mondo, accudirli, educarli;
    la riproduzione domestica: tutto il lavoro di pulizia e manutenzione della casa e, a partire dalle case, di tutti i luoghi fino all’intera città e territorio. Sono lavori non riducibili, mai interamente meccanizzabili, totalmente indispensabili per vivere;
    la riproduzione sociale: sanità, scuola, pubblica amministrazione che significa anche assistenza, trasporti, comunicazione, gestione della vita collettiva.
    Non a caso tutti questi lavori sono mortificati, mal pagati, addirittura cancellati dalla concezione “forte” del lavoro perché sono svolti per la maggior parte dalle donne.
    Rimandiamole a casa, ci dicono, così lavorano lo stesso, ma sono fuori dall’ambito della considerazione economica.
    Tutta questa economia non dà profitto, ma qualcosa di molto più importante: il benessere.
    L’altra economia, quella che costruisce il profitto appropriandosi del lavoro umano, quella che gioca al massacro sulle risorse dell’ambiente e della specie, quella che stabilisce il valore delle merci non sull’utilità, ma sulla misura del profitto, oggi vuole presentare i conti del suo disastro proprio al mondo del lavoro, tutto.
    I personaggi che hanno giocato con la finanza devastando le economie locali oggi vogliono di nuovo l’economia della riproduzione sottomessa gratuitamente alla logica della speculazione e il lavoro umano subalterno alle fantasie feudali di pochi.
    Vorrei che insieme potessimo dire: noi donne non ci stiamo e con noi alzassero la voce anche gli uomini che vogliono cambiare strada.

    2. Vorrei che tutte le donne che sostengono il patriarcato, che l’hanno sostenuto negandone l’esistenza o perché pensano che la gerarchia sociale, la cooptazione invece della democrazia, il privilegio invece del diritto, siano cose buone e giuste perché salvaguardano la loro vita e quella dei loro figli, le donne che sostengono il patriarcato non solo privatamente, dentro le famiglie, ma nei luoghi pubblici, nei luoghi dove si dovrebbe presidiare la democrazia, vorrei che queste donne facessero un passo indietro.
    Non chiedo a nessuna di rinnegare la propria storia, ma semplicemente di non contribuire a sbarrare la strada a un’altra storia.
    Non basta essere donne. C’è una donna al ministero per l’istruzione e se avesse bisogno di aiuto le sarei vicina come a qualsiasi altra, ma oggi io la considero venduta al patriarcato, lei è una donna che lavora contro di me, contro la mia intera storia, se lei fosse stata in quel posto quando io ero piccola oggi non sarei qui perché sarei stata tra quelli che non hanno merito.
    Conquistare dignità e giustizia per noi significa restituire visibilità anche alle donne che sono state qui prima di noi: ci sono eredità da raccogliere, nomi e volti a cui restituire memoria e ci sono eredità da rifiutare.
    Non ci sono eredità innocenti che noi possiamo prendere e usare per la nostra vita senza sapere da chi ci vengono, quali donne soprattutto, quali uomini anche, dove e quando hanno conquistato per noi i benefici di cui godiamo. E chi, dove quando e perché, li ha cancellati o riservati a pochi.

    3. Voglio pari diritti e opportunità per tutte le donne, la democrazia paritaria in ogni luogo, l’accesso a tutte le carriere, e per questo è urgente la clausola di non sopraffazione tra i sessi. Ma non tutte le donne possono rappresentarmi, non qualsiasi donna solo perché dichiarata tale all’anagrafe. E non è la carriera di una donna che garantisce anche per me, oggi, se non si accompagna al diritto, di fatto, per tutte e alla garanzia delle procedure democratiche.
    Non è una meta vicina, ma voglio almeno vedere la strada.
    Se la diversità è ricchezza voglio che abbia rappresentanza tutta quella differenza che non trova nemmeno rappresentazione. Le donne confinate nei lavori più duri e mal pagati: domestiche e operaie, badanti e inservienti, le insegnanti che resistono con il lavoro volontario all’abbrutimento della scuola, le operatrici ospedaliere che resistono al peggioramento del servizio sanitario, le impiegate degli sportelli pubblici mortificate dal nuovo modello aziendalista e tutte quelle che non posso nominare qui, ma che per me sono visibili, sempre.
    Voglio le donne competenti, certo, ma anche quelle che hanno saputo dire di no a certe carriere, alle cooptazioni compiacenti, alle complicità sorridenti, che hanno esercitato la competenza per conservare la propria dignità anche nella solitudine, nell’emarginazione senza perdere mai la relazione con le altre donne.
    Vorrei che questa nostra lunga storia, quella di chi è stata cancellata, ma ha continuato a vivere, praticando forme di resistenza, le mille forme di resistenza che creativamente immettono nella vita ciò che la politica in Italia ha ferocemente cancellato, fossero finalmente rappresentate.
    Sono disponibile al dialogo, com’è stato per tutta la mia vita, ma non sono disposta a tacere se vedo la mistificazione, se ascolto belle parole che contraddicono scelte e pratiche di vita politica. Non sono disposta a tacere perché non ho niente da perdere. Quello che io ho già perso l’abbiamo perso in moltissime e sul piano della dignità è stato sottratto a tutte.
    Non posso avere dignità se ci sono donne accanto a me che non hanno nessun diritto.
    Molte di noi sanno usare le parole, le ho imparate anch’io, per questo ne conosco il potere deformante, la capacità di manipolazione della realtà, per questo il femminismo è stato prima di tutto un pensiero situato, un pensiero che nasce lì dov’è il mio corpo e lo rende visibile con tutta la sua storia.
    Ricordiamoci che le donne non tornano mai a casa, è una menzogna che ha deformato la storia, non sono mai tornate a casa le partigiane e nemmeno noi, generazione del femminismo, la verità è che ci hanno cancellate, ci hanno oscurate, derise, disprezzate, considerate reperti archeologici, ma noi siamo qui, accanto alle donne che si affacciano oggi alla vita e, come noi abbiamo fatto tanti anni fa, si chiedono dove sono le donne che hanno lottato perché il mondo fosse più accogliente anche per loro.
    Noi siamo qui perché non ce ne siamo mai andate e possiamo costruire un altro pezzo di strada insieme.

    4. Ho già lottato per la parità, ora si tratta di affermarla, ma non basta essere donne per volere un mondo migliore di questo. Io voglio di più, voglio la giustizia, quella che abbiamo chiamato pari opportunità e che deve cominciare con la nascita.
    Questo non è un paese per donne perché è un paese per pochi uomini e per le poche donne che ricavano privilegi dal sostenerli.
    Tutti gli altri, uomini e donne che li guardano come rappresentanti anche dei loro interessi, sono vittime di un sogno, un brutto sogno venduto dalla disinformazione e dalla rete di piccole grandi complicità che hanno sottratto a questo paese il valore della dignità.
    Vorrei da ognuna di noi un gesto, visibile lì dove la sua storia l’ha collocata, che dia un segnale chiaro e inequivocabile della scelta di un libero patto che oggi insieme possiamo cominciare a costruire.
    So che è un cammino ancora lungo, ma vorrei prendessimo fiato e questo pezzo potremmo farlo di corsa.
    La storia non è un percorso piano e lineare, vorrei che noi oggi segnassimo l’imprevisto.

    • Claudio Messori ha detto:

      Grazie Rosangela, con il tuo permesso pubblico quanto hai scritto sul mio profilo FB.
      Claudio Messori

    • Mauri Favaron ha detto:

      Leggo oggi, forse dopo troppo tempo, le tue bellissime parole.

      “Troppo tempo”, e insieme troppo poco – quanto dici rimane vero e vitale, e lo resterà.

      Ancora oggi, incredibilmente, dobbiamo riaffermare con forza la stessa idea già valida quasi tre secoli fa: tutt* noi condividiamo una sola dignità, aspiriamo alle stesse cose di fondo, abbiamo gli stessi diritti.

      Si vede che certe idee, di uguaglianza, di libertà, di desiderio di prendersi cura, sono ancora “eversive”. Oggi, poi, con la corsa senza senso al profitto, a una “crescita” che può avvenire solo spogliando qualcun* più debole. Oppure, inventando bisogni e valori che non sono mai esistiti.

      Vorrei anch’io un mondo diverso – e sono d’accordo, possiamo/dobbiamo costruirlo. Un mondo in cui “intelligenza” non si limiti a cieco (e manipolabile, docile) intelletto, ma che assomigli di più alla “sophia”, alla saggezza …

      C’è un mondo da costruire, e parole – anche nuove – da trovare. E’ vero, molte cose sono state “già” dette – e si sono scontrate contro un muro di indifferenza, marginalizzazione, sottovalutazione. Di, anche, sotterraneo senso di colpa di chi si è sentit* chiamat* in causa come privilegiat*.

      Il ciarpame intanto è rimasto, dato per scontato come unico modo possibile di vivere. Partiamo da lì. Smontiamolo, neghiamolo, costruiamo no una, ma mille e più alternative. E tutt*, svegliamoci.

      Il patriarcato è, secondo me, una gabbia, dorata per alcun*, arrugginita e angusta per me e tant’altr*. Ma comunque, una gabbia, un modo per auto-addomesticarci, proprio noi, piccole gocce della specie predatrice più capace e mortale mai comparsa. E, grazie anche (soprattutto) alla bellissima gabbia che si è costruita da sola, la più irresponsabile.

      Forse, dobbiamo anche ripartire dai simboli. In fondo sono i simboli, che fanno le epoche. Ripartire dagli antichi miti, troppo a lungo sopiti? Dalla figura “vergine”, anche nel senso di intatta, di chi nella gabbia non era mai entrata, di Artemide? Nella sua versione pre-patriarcale, intendo.

      Ripartire, e ripensare. Un po’ tutto, temo.

      Oggi la finanza sembra divorare ogni cosa. Le industrie “crescono”, e fanno profitto, dando poco o nulla in cambio. Poi lo “investono sul mercato” e, al primo crollo in borsa, regolarmente bruciano tutto. Quasi tutto, in realtà: uno o due ci guadagneranno anche. Non distribuiscono nulla, perdono ogni contatto con la realtà, coi territori. Con l’economia…

      E in tutto questo dissipare senza scopo, ci fanno perdere di vista anche un dato importante: l’economia non esiste solo “del lavoro degli umani”. E’ predazione. E’ ecologia. Prende dall’ambiente, dal futuro. E, oggi, brucia, annulla, azzera, distrugge, senza alcuna contropartita.

      Ma produce illusioni. Rinforza le gabbie. Elargisce a tutt*, a buon mercato, la sensazione di far parte di chi “prende” (stupra, senza più neppure rendersene conto??) Di avere “diritto al successo” (al parassitismo, in realtà).

      Io, in un contesto del genere, proprio non *voglio* viverci. Ma voglio vivere, e così credo di aver poche scelte: devo anch’io fare la mia parte per cambiarlo.

      “Inscì”, come diciamo a Milano, “el va nò”

      (Scusa la grafia milanese senz’altro sbagliata, e lo sproloquio complessivo. Ho provato ad esporlo, come ho potuto. Soprattutto, credo sia il mio modo per dirti grazie)

      Mauri

  4. Ottavia Mermoz ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo. Femminista d’antan ho sempre lavorato con le donne perchè insieme si progredisse. Il 13 febbraio ero in piazza a Torino con mia figlia, oggi Siena è troppo lontana, ma il mio cuore, le mie emozioni, l’immutato desiderio di essere e di fare, è con tutte le donne amiche e compagne.

  5. Aigon ha detto:

    Sante parole quelle sullo smantellamento della casa del padrone.
    Come santa l’analisi del Maestro Monicelli sulla rivoluzione da farsi nel nostro paese.
    Per fare tutto ciò, democraticamente, necessita dotare la cittadinanza di uno strumento potente come: Referendum Propositivi Vincolanti per il parlamento e senza “Quorum”.

    • ipazia ha detto:

      Brava! che fame di proposte concrete. Ci renderemo conto che siamo un esercito e che se riusciamo a coordinarci siamo una FORZA? ma non la forza bruta delle guerre: quella dotata di intelligenza, che non ci manca, non poteva mancarci per sopravvivere.
      Io ormai sono vecchiotta, ma non troppo; intanto domani faccio un versamento, piccolo perchè ho una pensione patetica (laurea e incarico direttivo per 33 anni Min. Grrrr…e giustizia). con ogni atomo che mi compone: FORZAAAAA!!!

  6. giuseppina pancino ha detto:

    sono giuseppina residente in provincia di venezia, non sono riuscita a venire all’evento, vi chiedo se avete pensato ad una struttura organizzativa del movimento e se ci sono riferimenti che avete per la provincia dove io vivo in quanto credo sia indispensabile organizzare una rete nazionale per raccogliere le energie.
    vi lascio la mia mai email
    gpancino@libero.it
    saluti a tutti e buon lavoro
    giuseppina

    • mobilitazione ha detto:

      scrivici a info@senonoraquando.eu . ti metteremo in contatto con le snoq di Venezia. Scusasi, ma mentre siamo in diretta da Siena non riusciamo a prendere nota di tutto.

      • silvia ha detto:

        Da quando ero una ragazzina e cercavo di elaborare dentro di me la mia identità di donna, mi chiedevo xè non si levassero cori di protesta x le immagini stereotipate della donna proposte dai media. Io faccio parte di quella categoria di donne che – cresciute negli anni 80 – ha studiato tanto con ottimi risultati e studia ancora oggi… Ma ha visto andare avanti i suoi colleghimaschi nel lavoro. Ora ho due bambini e neppure ci penso più alla carriera.. Ma ho sempre pensato: ma quand’è che scendiamo in piazza e ci facciamo sentire? Quand’è che ci mettiamo a lottare x cambiare le cose? Finalmente sembra arrivato quel momento! Io ci sono, ci sono sempre stata!!!!

  7. enza ha detto:

    Sono in provincia di Viterbo, mi piacerebbe mettermi in contatto con gruppi della mia zona.
    Grazie
    Enza


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