In pensione a 65 anni. E niente in cambio?

Ripubblichiamo qui la lettera del Comitato Promotore Se Non Ora Quando al Corriere della Sera, 17 agosto 2011

Caro direttore

Nell’articolo sul Corriere del 17 agosto (Lo sviluppo riparta al femminile. Quattro proposte sulla manovra) Letizia Moratti presenta delle modifiche dirette a favorire le donne e lo fa a partire da un’analisi condivisa in larga parte dal movimento Se non ora quando. Il testo identifica infatti tra i punti più gravi della situazione italiana la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro e gli inesistenti servizi pubblici per la conciliazione di tempo e lavoro; tra i problemi dell’attuale politica economica i tagli lineari alla spesa che provocheranno ulteriori abbandoni delle donne nei settori produttivi. Appare inoltre molto pertinente l’esempio della Germania, che ha saputo incrementare massicci interventi a favore del lavoro delle donne rilanciando così lo sviluppo dell’intera economia. Del resto si tratta solo di uno degli argomenti che si possono portare a dimostrazione del fatto che la condizione delle donne è il primo metro della modernità e della civiltà di un paese.

Alle proposte avanzate da Letizia Moratti, che riguardano soprattutto interventi per favorire l’imprenditorialità femminile, vanno aggiunte però secondo noi molte altre questioni vitali. Letizia Moratti pone giustamente il problema della destinazione del risparmio nei costi previdenziali ottenuto con l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, ma dimentica che il risparmio già accantonato, e destinato per legge alle donne, ci e’ stato appena «scippato» dal governo. Lo stesso governo che, tra le sue prime misure, ha anche abrogato una legge che aveva reso impossibile l’imposizione delle dimissioni in bianco per le lavoratrici in attesa di un bambino. Il ripristino delle legge contro le dimissioni in bianco e la restituzione alle donne, attraverso misure ad hoc, del risparmio dovuto all’innalzamento dell’età pensionabile, sono state richieste ferme del movimento delle donne, a cui questo governo è rimasto sordo.

Il welfare delle donne, che nel nostro paese tocca livelli non degni di un Paese europeo, andrebbe invece messo al primo posto di un’agenda politica che non risponda solo alle emergenze ma pensi a grandi riforme per un nuovo Paese. Tutte le risorse disponibili vanno investite oggi al servizio della crescita e del riequilibrio di discriminazioni e inefficenze che non ci permettono di sviluppare i talenti e le capacità che il nostro Paese possiede. Prime fra tutte quelle delle donne italiane, che sostengono il peso di tutto il lavoro di cura, fuori e dentro casa. Come ha, con beata innocenza, detto un importante esponente della maggioranza, l’on. Reguzzoni della Lega Nord, le donne italiane «sono il welfare» e dunque conviene che vadano presto in pensione per fare, non pagate, il lavoro sociale che puntella l’intero paese. A chi conviene? Certo non alle donne per evidenti motivi e non al Paese, che così non cresce economicamente e civilmente. Il 13 febbraio abbiamo chiarito a tutti che non si potrà più governare senza di noi. Non si può più governare contro le donne e questo è quello che sta facendo il governo con una manovra che, profondamente iniqua e ridotta a inseguire l’emergenza, non si assume la responsabilità dei veri cambiamenti richiesti. Le donne lo hanno capito e sono pronte ad assumersi la responsabilità del loro futuro, a mobilitarsi per realizzarlo, nell’interesse di tutti.

Comitato Promotore Se Non Ora Quando

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4 commenti on “In pensione a 65 anni. E niente in cambio?”

  1. maddalena ha detto:

    a volte mi sembra di vedere negli uomini tanta indifferenza e disinteresse nei confronti di una condizione femminile che ancora in Italia non è palesemente parificata.
    Mi sembra che alcuni uomini non sappiano nemmeno lontanamente cosa possa voler dire non essere chiamate ad un colloquio solo per il fatto di essere donna: ma che volete signori, sono più brava di voi, e allora, perchè non mi assumete??vergogna a questi ignoranti che ancora una volta guardano più al vantaggio ‘spiccio’ che al valore aggiunto effettivo apportato da una persona. Se io avessi un’azienda assumerei solo donne, sottolineo anche il fatto che non è vero che non si va d’accordo, sono solo stereotipi che fa comodo dire
    io credo che per uscire dalla crisi ci sia bisogno di più donne in politica, molte di più, ma credo anche che se continuiamo cosi aumenterà l’odio tra i sessi, urge subito una parità effettiva

    • Mauri Favaron ha detto:

      Vero!

      E *non solo* al momento dell’assunzione. Anche dopo!

      Una ditta fa, per esempio, quando hanno convocato me ed altre persone all’Ufficio del Personale. Il capo del personale ci ha ripetuto, parola per parola (nome a parte), una tirata che ricordo ancora oggi, a quattordici anni di distanza.

      Sintetizzo (la tirata era lunga e deprimente): “non devi fare tu” (nella mia fattispecie, dirigere un repartino di fulminat* nel quale facevamo “certificazione di sistemi elettronici programmabili per applicazioni rischiose” (!? 🙂 ). Ma se mai: “Devi fare da moglie al nuovo Responsabile di Prodotto. Sostenerlo, stando nell’ombra. Digerire tutte le differenze di stipendio. Onorarlo come una specie di dio in terra, anche se ha meno curriculum. Dar mostra di apprezzare molto, e sostenere pubblicamente in tutte le occasioni, la sua docilità assoluta nei Nostri confronti.”

      Motivo di ciò?

      Che il personale di sesso femminile può fare figli. Quindi, chiedere un’aspettativa. Che costa. Quindi, per carità, non assumetele, o se proprio dovete farlo, non fatele arrivare alla dirigenza. (Te lo dicevano così, bellamente, paradossalmente, persino ai corsi di management interni – questo, due ditte fa).

      E poi, spesso è meno scenografico. Vuoi mettere, con una laurea in matematica, da insegnanti, piuttosto che in ingegneria? E che dire, poi, del physique du role?

      In fondo, questo evento (ciliegina sulla torta dopo tanti altri) mi ha dato la determinazione di andarmene. Ma, io ho avuto fortuna. Delle altre persone, molte sono rimaste là. Sino alla chiusura della ditta, voglio dire.

      * * * * * * * * *

      Secondo me, comunque, chi fa questi tipi di ragionamento spesso non fa nemmeno un calcolo di redditività. No. Altrimenti guarderebbero anche quanto vali.

      Molto banalmente, hanno bisogno di persone docili. Docili, e “complici”. Per le quali “lavorare in squadra” non sia “lavorare insieme in vista di un obbiettivo condiviso, magari costruito insieme”, ma “dire di sì al capo, qualunque imbecillaggine pronunci”.

      Se c’è una cosa che molti uomini secondo me non hanno capito, è questa: quanto sono docili e plasmabili, nelle mani di qualcuno senza scrupoli. Quanto tutta la loro “razionalità e competenza”, il loro abbaiare ordini, siano facili da *usare*.

      Quelle caratteristiche, insomma, che le alte direzioni chiamano (a sproposito, secondo la *mia* definizione) “lealtà”.

      Forse, imparassero un po’ meglio gli “altri” linguaggi…

      * * * * * * * * *

      E perché, nelle “valutazioni delle abilità manageriali” (quelle robe bruttissime che si subiscono “da grandi”), i criteri di valutazione assomigliano così tanto alle caratteristiche stereotipate dei generi?

      Non dico che siano proprio identici. Ma i consulenti che erano venuti da noi “una ditta fa” avevano usato una griglia di valutazione che a me sembrava quella del BEMS (una specie di test della personalità, non so quanto scientifico proprio perché non ho abbastanza conoscenze per giudicare), più alcune (poche) cose. Il BEMS serviva (ne parlo al passato, perché non credo sia ancora in uso) per determinare il grado di “mascolinità” o “femminilità” di una persona.

      Gli aspiranti o auto-credenti “manager” (che parole brutte, però…) poi venivano classificati in base al loro “stile di management”. Le categorie più di moda ai miei tempi erano quelle dei “transazionali” (spero si scriva così), che più o meno abbaiano ordini, e (soprattutto) agiscono in modo molto distaccato e strumentale rispetto alle persone, e quelli “trasformativi” (esiste, in Italiano?) (mi sa che ho sbagliato qualcosa, ma non ho trovato una parola “vera” per tradurre lo sproloquio originale), più “connessi” con le persone, e che più che pungolare le persone col bastone, le motivano con l’esempio, il carisma, eccetera.

      Poi smontavi la cosa, e ti accorgevi che il gruppo “transazionale” comprendeva le persone con caratteristiche di comportamento più “maschili”, e quello “trasformativo” le persone più “femminili”. Ma si guardavano bene dal dirlo in modo esplicito.

      I consulenti che dicevo trovavano possibili contributi sia nelle persone (diciamo così) “trasformative” che “transazionali”. Ma la mia ditta di allora era innamorata della “transazionalità”.

      Per dirla in modo brutale, nel concetto dell’alta direzione di quel posto lì, “leader” = “maschio”. Speravano, in questo modo, di dare di quello che era nato come ente di ricerca un’immagine autorevole, e nella loro ottica l’autorità si declinava al maschile.

      E infatti, l’alta direzione era fatta tutta di uomini. 100% del campione. Tutti fatti con lo stampino. Col vertice del vertice di nomina politica – democristiana andreottiana, per la precisione.

      Di dirigente donna ne esisteva, in effetti, una. Di quelle persone costrette a dare un’immagine grintosa, rigorosamente finta, che poi si sciolgono immediatamente appena vedono che non se lì per pugnalarle o invitarle alla prossima Uscita Del Club Dei Raccattapalle Del Tennis Del Capo. Povera stella, mi faceva una pena incredibile. La mia impressione è che fosse lì, *soprattutto* per dire al mondo che “una esisteva”. Era anche molto competente, nel suo lavoro – ma purtroppo per lei, sotto l’armatura finta, dolcissima, empatica, e con un trascorso da assistente universitaria “buona”.

      Per dirla breve, nell’ottica dell’alta direzione una persona “potenzialmente sleale”.

      (Grazie al cielo, non sono più lì…)

      Tutto questo non accadeva per caso. Le qualità “femminili” costituivano una specie di giudizio complessivo negativo. Indipendentemente dalle capacità oggettive, che possono essere alte o basse in uomini e donne. Indipendentemente da tutto quello che costituisce una persona umana completa, nel bene e nel male.

      I patriarcati sono (quasi?) tutti così. Valutano. Giudicano. Ripartiscono “il campione” tra individui conformi, e scarti. Gli scarti, poi, li eliminano, appena possono. O li marginalizzano. In nome del profitto, ma non solo, e forse nemmeno in prima istanza.

      La Ditta ha avuto, nel mio caso, il pregio incommensurabile di farmi aprire gli occhi su queste cose.

      Cose ingiuste (oltre che, scusa il linguaggio, del tutto cretine in un’ottica anche solo puramente affaristica). Ripugnanti.

      Forse una via di uscita c’è. Riconoscere, e depotenziare. Rivalutare (non solo noi di SNOQ) il “femminile”, in senso lato.

      P.S.

      (Scusa il P.S. – non è una bella cosa, ma non sapevo dove metterla)

      Tempo dopo, *molto* tempo dopo, mi è accaduto di leggere il libro “Why Women Mean Business”. Lì ho trovato un passo per la serie “a saperlo prima”.

      Pare che negli anni ’90 fosse pratica comune, in Europa, bloccare d’autorità la carriera della fascia di dipendenti donne di circa 33 anni di età, in modo da ridurre i rischi legati alla maternità. Allora, la pratica delle dimissioni fatte firmare in bianco, e le altre invenzioni, erano forse un po’ meno diffuse.

  2. anna-roma ha detto:

    OT – In generale, c’e’ bisogno di maggiore combattivita’ dei gruppi SNOQ.
    Lo sciopero e’ uno strumento per protestate verso il datore di lavoro. Nei confronti di un governo mascalzone non e’ sufficiente. Perche’ non una nuova grande manifestazione? Perche’ non dei presidi presso i luoghi costituzionali? Perche’ non una occupazione pacifica di una piazza per giorni?


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