A noi donne tocca il prezzo più alto, dobbiamo reagire

Il welfare non è la palla al piede della crescita del paese ma la sua condizione irrinunciabile

di Roberta Agostini su L’Unità 13 settembre 2011

La manovra di fine estate, dopo essere passata attraverso continue e grottesche scene di tiro alla fune da parte della maggioranza, è approdata al voto di fiducia al Senato e ora è alla Camera, ma la direzione nella quale si stava procedendo era già chiara dall’inizio, così come era già chiaro chi avrebbe colpito: lavoratori, pensionati, famiglie, giovani e donne. In particolare saranno le donne a pagare il prezzo salato dell’irresponsabilità e dell’incapacità del governo. Il fatto più eclatante riguarda, ovviamente, l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del settore privato, dopo la sottrazione contro la quale noi e tante associazioni abbiamo protestato – dei risparmi (4 miliardi di euro in 10 anni) derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego e che dovevano esser destinati a misure a favore della conciliazione. Già ora le donne vanno in pensione tardi e con pensioni più basse degli uomini a causa dei «buchi» di carriera derivanti dal peso del lavoro di cura e da un ingresso ritardato nel mondo del lavoro. Senza misure di sostegno ai servizi, a disparità si aggiungerà disparità, rendendo la condizione già difficile delle donne italiane ancora più insostenibile! Ma come sappiamo, non solo quei fondi sono spariti ma i servizi si ridurranno a causa degli ulteriori tagli agli enti locali. Inoltre, i fondi a carattere sociale (dal fondo per la non autosufficienza a quello per le politiche sociali, a quello per gli asili nido) sono stati quasi completamente azzerati. Per non parlare dei centri anti-violenza che stanno, chiudendo in tutt’Italia per carenza di risorse a fronte di un aumento degli episodi di violenza sulle donne. Ma cosa ne pensa il ministro Carfagna di tutto questo?

Se sommiamo queste scelte alla contrazione di risorse subite dalla sanità (8 miliardi nella manovra di luglio), al massacro contenuto nella proposta di legge delega per riformare l’assistenza che sottrae 40 miliardi a vedove, non autosufficienti e invalidi civili, otteniamo un pesante cambio di segno delle politiche sociali universalistiche una vera e propria controriforma rispetto, ad esempio, alla legge 328 – che avevano bisogno di riforme, soprattutto dal punto di vista delle donne, ma non certamente di tagli. Il senso degli emendamenti che abbiamo presentato, e della battaglia di opposizione che stiamo conducendo dentro e fuori le aule parlamentari è, al contrario, che il welfare non è la palla al piede della crescita del paese ma la sua condizione irrinunciabile, un grande terreno di investimento e di innovazione, presupposto essenziale di un nuovo modello di sviluppo. Non è con i tagli ma investendo sul lavoro femminile e sulle condizioni per realizzarlo che si può guardare la luce fuori dal tunnel. Di fronte a una situazione davvero grave e inaccettabile, le donne si sono già rese protagoniste, lo scorso 13 febbraio, di una mobilitazione straordinaria. Ora è il momento di rilanciare il nostro impegno, con più determinazione e incisività, contro la controriforma in atto e per fare prevalere le nostre idee per una via d’uscita diversa dalla crisi.


12 commenti on “A noi donne tocca il prezzo più alto, dobbiamo reagire”

  1. e se ci trovassimo in tutte le citta’ due sere alla settimana davanti alle prefetture ( a Roma davanti al parlamento ) per chiedere un’altra manovra?

  2. marco ha detto:

    Buongiorno,
    vorrei fare qualche domanda e problematizzare un punto che a me sembra importante per valutare una corretta età pensionabile

    l’innalzamento per le donne nel settore privato arriverebbe da quale a quale età? per quali categorie del settore privato?

    Partendo dalla sua panoramica emergono ovviamente molti problemi rilevanti così come delle risorse (le risultanti di un “fare cassa” sulle donne del pubblico) non fatte fruttare. Grave, da analizzare e necessitante di interventi.

    Ma l’innalzamento dell’età pensionabile (non so i dettagli, è solo una domanda) per quei settori del privato dove si opera attraverso un’attività non usurante e prevalentemente intellettiva – parlo solo di questi settori e non di altri che coinvolgano mansioni più dure – è anch’essa secondo lei da considerarsi negativa?
    E se sì, perché?

    Di fatto noi abbiamo una terza età spesso alla ricerca di un qualcosa da “fare” (ovviamente il “fare” è si riferisce anche ad attività mentali non solo o tanto fisiche) proprio per dare un maggiore senso e pienezza all’esistenza
    Cioè un problema della società anziana è proprio la solitudine, la depressione e la carenza d’assistenza (e quest’ultima, come riferisce lei, richiede senz’altro investimenti e progettualità, tanto più che per ora vi si sopperisce – quando vi si sopperisce – con mezzi che spesso hanno un costo sociale alto non solo per l’anziano e la sua famiglia, ma per altre donne ancora: riporto a questo proposito un esempio: http://www.piuculture.it/2011/08/badante-storia-di-un-ingranaggio-della-societa-anziana/ )

    ma per quella parte della terza età ancora abile (…e in percentuali non basse credo lo sia), se il lavoro non è usurante perché vedere così negativamente un prosieguo del periodo lavorativo (e in concomitanza del periodo in cui si è a contatto con persone e mondo esterno, con la connessa positiva valenza psico-sociale) ?

    Forse è semplicistico, ma per questa tipologia lavorativa non usurante mi sembrerebbe che il non gravare sulle casse dello stato diverrebbe accettabile e forse proficuo per la donna stessa, manterrebbe anche la mente reattiva, il che è un elemento antidepressivo fondamentale. No?

    Almeno per queste categorie specifiche del privato, l’investimento migliore forse non sarebbe solo o tanto quello per mantenere l’età pensionistica come è ancora ad oggi – una spesa che forse non è così positiva anche per la persona stessa che fa un lavoro non usurante – ma quello per permettere alla persona non più giovane di restare aggiornata e di continuare a sapersi muovere lavorativamente e socialmente in un contesto che sappiamo essere in rapidissima evoluzione.
    Quel che mi domando – e pur non essendo un tecnico, a priori non mi sentirei di escluderlo – è cioè se investire in formazione e aggiornamenti per coloro che non fanno lavori usuranti non sia meglio che andare in pensione?
    Paradossalmente – è un estremo, ma mi sembrava interessante come esempio – potrebbe essere meglio persino se le due spese dello stato (quella per mantenere le pensioni come sono oggi e quella per una corrispondente formazione durante il periodo di non “ritardo di entrata in pensione”) fossero identiche …forse proprio perché è meglio per l’individuo.
    Oltretutto la formazione si potrebbe far ricadere in una certa % sul settore privato stesso

    In più a latere ovviamente lo stato avrebbe ancora della forza sicuramente produttiva … ma quest’ultimo aspetto potrebbe esulare dai criteri di valutazione stessa, perché è proprio ciò che è meglio per la persona che stavo cercando di comprendere e anche domandando a chi ha una competenza
    Per i lavori non usuranti (non ho la competenza per operare una distinzione tra le tipologie lavorative, ma non credo siano tutte equiparabili) meglio mantenere l’attuale età pensionistica o meglio rendere migliore la condizione lavorativa (il riferimento è ad aggiornamenti e a tutto ciò che può rendere proficuo e valore aggiunto la competenza di lungo periodo accumulata dalla donna in questione)?

    Grazie, Marco

  3. marco ha detto:

    (Errata corrige del commento precedente, laddove si dice)

    va letto

    🙂
    m

  4. marco ha detto:

    (scusate, ma non me l’ha preso)
    laddove ho scritto:
    quella per mantenere le pensioni come sono oggi e quella per una corrispondente formazione durante il periodo di non “ritardo di entrata in pensione”

    leggere:
    quella per mantenere le pensioni come sono oggi e quella per una corrispondente formazione durante il periodo di “ritardo di entrata in pensione”

    pardon
    m

  5. lara ha detto:

    Una data e un posto…penso che molte donne aspettino solo questo per manifestare, più visibilmente possibile, il proprio dissenso verso la manovra che di nuovo pagheremo noi e non chi ci ha portato sin qui!!

  6. concetta mirabella ha detto:

    ………………ma perchè il ministro carfagna è una donna? Avete visto il suo DNA ?
    …………….. non è un trans che ha fatto loperazione per aumentare le curve al posto giusto?
    ……………… Anche con l’operazione, il DNA maschile non cambia…………………..!!!

  7. gianna ha detto:

    Che ne dite di fare una bella lettera-appello al Presidente della Repubblica, come Comitato? A tutt’oggi si è dimostrata l’unica figura istituzionale con un po’ di buon senso!

  8. maura ha detto:

    la tua idea sarebbe corretta se non ricadessero sulle donne tutte le cure familiari: anziani, bambini… mia madre è stata a casa per guardare i nipoti: ti assicuro che non ha perso nulla della sua vivacità intellettuale! Ma, se fossimo in un paese civile, una donna potrebbe scegliere di continuare a lavorare e non essere costretta a smettere perchè la famiglia ha bisogno di lei

    • marco ha detto:

      scusami Maura, la tua risposta è a me, ad altri, a me e ad altri?
      …usa “replica” quando vuoi rispondere a qualcuno in particolare. Oppure esplicita (non solo nei contenuti, ma proprio citando ) il nome della persona a cui rispondi

      Se è riferita a me, cmq ripeto io non ho risposte e oltretutto non sono donna: voglio solo sollevare le questioni e, a costo di fare l’avvocato del diavolo, mostrare quella che (a mio parere) potrebbe essere una replica (onesta…trascuriamo al momento le altre) alle proposte di Snoq o realtà analoghe.

      Comunque mi pare che pungoli il punto giusto:
      “se fossimo in un paese civile, una donna potrebbe scegliere di continuare a lavorare e non essere costretta a smettere perchè la famiglia ha bisogno di lei”

      ripartirei da qui, almeno io: non c’è cioè un rifiuto di lavorare a priori, né di permettere all’Italia di mantenersi in comunità europea, però bisogna evidenziare tutti i carichi reali che ricadono sulle donne e progettare un futuro (prossimo?) in cui l’opzione di scelta da te evidenziata risulti realmente percorribile. Altrimenti meglio la pensione non ritardata (e comunque con più tutele?) sennò la donna (comprensibilmente) impazzisce tra famiglia e mondo esterno

      il punto cioè è che usurante è la famiglia prima ancora del lavoro…ok…quindi a parità (tra uomo e donna) di professione non logorante se non cambia la politica (sia nazionale che intrafamiliare) per la famiglia la donna non può essere valutata solo per il tipo di lavoro professionale, perché resta fuori l’altro lavoro (non professionale, ma non di meno lavoro)

      …forse questo secondo lavoro andrebbe reso indicizzabile in qualche modo per renderlo più visibile e poterlo così contemplare in una policy?

      Forse per molte di voi il concetto di doppio lavoro è scontato, perdonate, ma per me (e forse non solo per me) è una precisazione utile

      Ottimo, sono per aprire le questioni, non per chiuderle

      🙂
      m

  9. Gabriella ha detto:

    ancora una volta il nocciolo della questione è la stessa: a nessuno è dato di scegliere un granchè della propria vita ma alle donne ancora meno. Da sempre prima con i nostri padri, spesso con i mariti e poi al danno la beffa di non poter nenche accudire come vorremmo i figli i nipoti o i propri cari anziani. Questo è contro qualsisi legge della natura, siamo l’unica specie animale in grado di prendersi cura l’uno dell’altro eppure non lo facciamo. Dov’è la differenza con le bestie?

  10. Valeria ha detto:

    Dopo quest’ultima raffica di intercettazioni mai come ora deprimenti, avvilenti, disgustose, nell’urgenza di questa drammatica crisi etica, economica e politica, tocca di nuovo a noi donne, mogli, figlie, madri, compagne, sorelle, lavoratrici agire.
    SE NON ORA QUANDO????!!!
    Come disse Giuliano in una delle splendide serate di campagna elettorale a Milano citando Martin Luther King: ABBIAMO LA FEROCE URGENZA DELL’ADESSO
    In Parlamento chi mette l’interesse comune davanti al proprio e’ una tale minoranza che non possiamo aspettare gli esiti della democrazia.
    Serve una mobilitazione permanente e solo noi donne, come il 13 febbraio, ci possiamo riuscire.

    Valeria, Milano


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