LE LACRIME E LA LOTTA – di Valeria Fedeli da l’Unità del 5 ottobre 2011

Sono morte giovani donne a Barletta. Sono morte mentre lavoravano senza standard di sicurezza e di legalità, senza contratto e sottopagate. Sono morte delle speranze per il futuro dell’Italia. Speranze che lottavano e faticavano per una vita decente. Erano lì, nello scantinato, sognando un futuro differente che il lutto ha bruscamente interrotto.

Mi occupo di lavoro, da sindacalista, da molti anni. Non ci si abitua mai alle morti bianche, non c’è volta che le lacrime, l’indignazione, la rabbia, la tristezza non scoppino devastanti. L’esperienza, la mia e quella di chi mi ha preceduto nella lunga sfida della rappresentanza del lavoro, e del lavoro delle donne, mi ha insegnato però che lacrime, indignazione e rabbia possono e devono accompagnarsi alla voglia di reagire, all’azione, alla responsabilità. A stare in campo per il cambiamento.

Erano delle operaie tessili, le ragazze schiacciate dal crollo del palazzo a Barletta, come operaie tessili erano quelle da cui è partita la lotta del movimento sindacale femminile. Sono passati più di cento anni dal famoso incendio che a Chicago uccise lavoratrici, in sciopero, bloccate nella fabbrica chiusa dal padrone. Dopo cento anni, qui in Italia, ancora le condizioni di vita e di lavoro delle donne – e a dire il vero anche degli uomini – sono precarie, a rischio, spesso sotto ogni livello minimo di decenza e di legalità.

Le condizioni di lavoro, inaccettabili, come quelle delle operaie morte, e le condizioni di vita, come quelle della figlia dei titolari del maglificio, scomparsa anche lei a soli 14anni, sono drammaticamente il simbolo dell’Italia che questa classe dirigente che governa il Paese non vede, non ascolta, a cui non dedica politiche e scelte positive. A cui non viene dato rispetto, speranza, futuro. Conosco bene la realtà di vita e di lavoro di tante donne come quelle che ci hanno lasciato.

Nel Sud abbiamo tanto combattuto contro queste condizioni. Un lavoro frammentato, non riconosciuto, non valorizzato. Filiere di produzione senza trasparenza e legalità, divise in tanti spezzoni, purtroppo non sempre rispettosi della legge.

Quelle lavoratrici non avevano un contratto. La loro paga, per un lavoro faticoso e difficile, era tremendamente bassa e ingiusta. Il posto di lavoro non garantiva condizioni e procedure di sicurezza. Ma che Paese siamo? E almeno questa volta la risposta non può essere la crisi. Non c’è crisi che tenga rispetto allo scenario descritto. Di lavoratrici e lavoratori che, come quelle operaie, faticano senza veder riconosciuta la loro dignità e i loro diritti, rischiano la vita lavorando ce ne sono tante, troppi. Forse si può pensare che sia stato un incidente, ma è sicuramente anche il tremendo segno di un sistema che ha troppe fragilità, incurie, irresponsabilità; e in cui pagano sempre gli stessi. Eppure siamo un Paese migliore di questo, viene da dire usando una frase retorica. Mala retorica si spegne davanti al lutto. Qui abbiamo bisogno di un minuto di silenzio! Siamo un Paese che non funziona. Un Paese che tollera l’illegalità, o che non riesce a contrastarla efficacemente.

Un Paese che non riesce a superare le differenze territoriali, con il Sud troppo spesso trattato come la terra dove tutto si può fare, in cancellazione di regole, rispetto, umanità. Un Paese che non offre possibilità ai giovani, con un atto di miopia nei confronti del proprio futuro. Un Paese che non rispetta e non valorizza le donne, come il movimento nato il 13 febbraio ha in questi mesi portato all’attenzione di tutti.

Dovremmo e vorremmo essere un Paese migliore, si. Ma non lo diventeremo senza una fortissima azione di cambiamento, senza riforme che restituiscano stabilità e giustizia al sistema, senza uno sforzo politico che rompa finalmente la stasi in cui siamo piombati. Donne e lavoro, giovani e sud. È da loro che dobbiamo ripartire, è nella forza tenuta costretta dalla fatica del sopravvivere che l’Italia può riscoprire il futuro.

Sono addolorata dal pensare che, da oggi, il nostro futuro dovrà fare a meno dell’energia, dei sorrisi, dell’intelligenza, delle emozioni di cinque giovani donne.  Ma l’energia che avevano deve accompagnarci, deve essere un pezzo della forza che ci serve per cambiare l’Italia. Anche per loro continueremo a lottare e a servire questo Paese.

Valeria Fedeli

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3 commenti on “LE LACRIME E LA LOTTA – di Valeria Fedeli da l’Unità del 5 ottobre 2011”

  1. Mauri Favaron ha detto:

    La cosa che mi rattrista di più è che Antonella, Giovanna, Maria, Matilde, Tina, e tante persone come loro, magari non avrebbero avuto nemmeno un minuto per scrivere su questo sito, o leggerne. Dovevano passare ogni loro minuto per sopravvivere.

    Vogliamo davvero cambiare? Io sì, come tant*!

    Dobbiamo cambiare molte vecchia abitudini, anche nostre.

    Prima di tutto, smetterla con la disponibilità a illuderci. Ad essere solo consumatrici/consumatori, ma cittadin*, a pieno titolo.

    Smettiamola di ingannarci anche sulle “cose importanti”, e vediamo i problemi dove davvero sono.

    Perché Barletta? Perché, qualche tempo fa, la Thyssen? Perché invece di investire i nostri “imprenditori” hanno preferito portare a casa i profitti, e magari bruciarli in borsa?

    Domanda retorica, la mia: abbiamo fatto così, come Paese, per anni. Oggi non ce lo possiamo più permettere. Diciamo anche un’altra cosa: una classe imprenditoriale micragnosa, incapace di innovare, egoista e incompetente è un *peso* – altro che “efficienza del privato”!

    Certo, imprenditrici e imprenditori capaci ne esistono: ma allora, vera concorrenza, e largo a loro.

    Non illudiamoci, colleghi imprendit*i, di “voler fare concorrenza alla Cina”. Non possiamo, per una ragione molto semplice: la Cina di ricerca *ne fa*. E tanta. Se noi non vogliamo farne, rassegnamoci a morire – ma almeno non trasciniamo nella tomba chi è più debole di noi.

    E, signor Tremonti, casomai dovesse leggere questa mia dopo le sue dichiarazioni di oggi (le solite, che l’Italia è un Paese solido, addirittura l’unico al mondo con un avanzo primario), abbia la compiacenza di indicarci *una* via per il futuro. Una qualsiasi: crescita. Decrescita controllata “virtuosa”. Qualcosa d’altro. Ma, per l’amor del Cielo, si schiodi.

    Per tutt* noi, imprendit*i e non: il lavoro *deve* recuperare dignità. Ne guadagnano tutt*. Continuiamo a deprimerla, e continueremo ad affondare.

    Un Paese senza capitale umano è un Paese spazzatura. Terzo mondo. Declassato.

    Ma un Paese che da spazio, fa crescere, investe nelle persone, crede *anche* nelle donne, nei giovani e negli uomini di buona volontà, cura la scuola, promuove la meritocrazia, quel Paese può sopravvivere, prosperare e dare il suo contributo al mondo.

    Nonostante tutto con ottimismo,
    Mauri

    • lorenanicardi ha detto:

      Io mi dispero quando leggo interventi di questo tipo, quando vendo quanta buona volontà, buon cuore, buon senso, sia destinato ancora una volta a cadere nell’accorata denuncia delle solite disgrazie senza che mai si afferri il nodo delle questioni. Un nodo che oggi, nel momento in cui abbiamo sotto gli occhi l’orrore di Barletta e le vicende reali, di vite spezzate, sfruttate con cui ogni giorno ci confrontiamo, non può essere affrontato se non ci facciamo carico insieme con un quotidiano che già ci schiaccia, della tremenda vastità del fenomeno che nella sua vastità va studiato, compreso, inquadrato, pena non solo l’impotenza ma la falsità e l’ipocrisia in cui il nostro intero Paese precipita trascinando anche chi vorrebbe resistere.
      E l’pocrisia più schifosa sta nel denunciare che queste lavoratrici prendevano 5 euro in nero! Perché, se avessero preso 3,5 euro netti con qualche bel contrattino atipico, la cosa sarebbe andata bene, ancorché formalmente “legale”? Le condizioni formalmente legali a volte sono tanto penalizzanti e da fame che sono addirittura i lavoratori a preferire il nero pur di mettersi in tasca qualche centesimo in più. Allora? Il discrimine oggi non è più nemmeno tra emerso e sommerso: i contratti atipici e la precarizzazione non solo non hanno sconfitto il sommerso, che sopravvive addirittura per essere a volte più “vantaggioso”, ma hanno trascinato in un baratro da terzo mondo la condizione di milioni di lavoratori “regolari”. Ma qualcuno si accorge di cosa sta succedendo in Grecia? Dov’è la solidarietà delle donne col popolo greco? Con le famiglie di sottoccupati e a reddito minimo che si vedono tagliare la luce perché non riescono a pagare tasse straordinarie, inserite illegalmente nelle bollette? Dove si vuole abolire il minimo sindacale?
      Che cosa diciamo di questo presunto debito che sta gettando in schiavitù interi popoli e che vede il nostro Paese come una delle prossime vittime? Lo dobbiamo pagare o no? e come? a chi? in vista di quale futuro per noi e per le prossime generazioni?
      Se non sappiamo rispondere a queste domande almeno dobbiamo cominciare a porcele.
      E’ giusto che i popoli si facciano concorrenza? Ma non è dalla concorrenza che sono sempre nate tutte le guerre? Come facciamo a competere con la Cina e con l’India che crescono gettando nel più spavento tritacarne che l’umanità abbia mai escogitato, la vita di miliardi di persone che vivono e lavorano in condizioni disumane? Se mi si viene a dire che la crescita spaventosa della Cina si deve all'”innovazione” e si tace sull’olocausto di centinaia di milioni di lavoratori-schiavi io mi rifiuto di parlare delle donne di Barletta!
      E ancora: si può crescere all’infinito o bisogna decrescere? E come si fa? E poi come facciamo a prendercela con i nostri imprenditori pezzenti quando noi per prime cerchiamo al mercato il vestito da un euro e non ci viene in mente che a quel prezzo vuol dire che contiene lavoro da schiavi? Certo, si dirà, visto che il lavoro da schiavi è contenuto anche negli abiti firmati….Questo cerchio va spezzato!
      Siamo capaci di pretendere cosmetici non sperimentati su animali: perché non rifiutiamo di comprare qualsiasi cosa che non sia stata prodotta da lavoro regolare e dignitosamente retribuito? Non c’è bisogno di mettere dazi: basta chiedere prodotti “certificati” e non comprare più per nessun motivo il frutto della schiavitù. Vogliamo cominciare a parlarne seriamente senza ripetere slogan più o meno di moda?
      Il prossimo sabato 15 ottobre mi auguro che milioni di uomini e donne di buona volontà partecipino alle manifestazioni che in tutto il mondo si terranno contro la schiavitù del debito pubblico e la dittatura delle banche. Una volta tanto vorrei che ci fossimo non solo e non tanto col nostro corpo, col nostro cuore (è una bravura in cui ci siamo già sperimentate) vorrei che ci fossimo con una freddezza che non ci è abituale, vorrei che il nostro pensiero fosse in quel giorno affilato come un rasoio e il nostro sguardo vasto come il cielo. Abbiamo bisogno di capire che giochi si stanno facendo sulla testa di interi popoli e in che modo tutte noi e ciascuna di noi può cominciare a resistere punto per punto, colpo su colpo, gettando già a partire dalla direzione che daremo alla nostra vita di ogni giorno i semi di un mondo diverso, bastano a volte piccoli gesti, piccolissime scelte per chiedersi se indossando un abito da un euro abbiamo ancora il diritto di piangere sulle donne di Barletta.
      Un abbraccio a tutte.
      Lorena Nicardi


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