Tre milioni in nero. Camusso: dobbiamo tornare alle regole

Ai funerali i sindacati confederali e il Pd. La leader della Cgil: «Tutti responsabili se pensiamo sia normale lavorare per 4 euro l’ora». I dati drammatici della Cgia sul sommerso: un esercito senza diritti.

su l’Unità 7 ottobre 2011

«Questa è una delle più grandi stragi sul lavoro del Paese, quelle donne stavano lavorando in un luogo non idoneo. Non è che ci solleviamo se si tratta di cinesi e per gli altri non vale. Ora bisogna avere un grande rispetto per le vittime e le loro famiglie. Poi, dopo il dolore e l’attenzione alle famiglie, bisogna riflettere seriamente su come si fa a far ripartire un’economia legale in questa città, nel Mezzogiorno e in tutto il Paese».
Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a Barletta per i funerali pubblici delle quattro operaie senza contratto, morte schiacciate dal palazzo crollato di via Roma. Con loro c’era anche la figlia 14enne del titolare della ditta. Nessun commento esplicito è giunto dal segretario generale sulle parole del sindaco Nicola Maffei, che non si era sentito di criminalizzare chi, pur di dare un lavoro, sottopagava gli operai. Il segretario generale, però, pur precisando che «non voglio interpretare né credo sia utile farlo», ha detto che «il tema della sicurezza sul lavoro va affrontato e non si può giustificare né l’evasione né il lavoro nero. Forse bisognerebbe ripartire e ricostruire certezza delle regole, luoghi. Questo mi pare il vero messaggio di questa giornata con tutto il rispetto ovviamente per tutte le famiglie e per il loro dolore».

Secondo i dati della Cgia, infatti, in Italia risultano lavoratori a nero quasi 3 milioni di persone, il che «dimostra che l’idea del Governo di contenere il fenomeno attraverso un aumento dei rapporti di lavoro flessibile è miseramente fallito», ha detto Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera. Secondo i dati della Cigl Puglia, invece, i lavoratori a nero risultano essere circa il 30% su un milione e 200mila impiegati. Tanti i motivi di questa diffusione del sommerso. Nella provincia Bat, per esempio, sarebbe stato l’avvento della concorrenza internazionale e, più in particolare cinese, a far fallire la filiera del tessile. Fino alla fine degli anni 90, infatti, Barletta era la capitale della produzione di abbigliamento. Ricche commesse da case di moda italiane avevano portato lavoro. Ha spiegato il segretario generale della Cisl, Raffale Bonanni, che «appena quindici anni fa Barletta aveva un sistema economico abbastanza florido e realizzava prodotti assolutamente apprezzati. Questi sono stati esposti alla concorrenza internazionale e non sono stati sorretti in Italia. Questo è il punto vero e su questo bisogna riflettere con molta forza da parte di tutti».
Quindi, sarebbe in parte la competizione con produttori più economici, alla base del sommerso. Un’idea da combattere, per il segretario generale Cgil, che afferma: «Accettare l’idea che si competa in questo modo ci porta a quelle condizioni. Invece dovremmo avere la forza e la capacità di competere meglio e di sapere che l’obiettivo è quello che altri non debbano più lavorare così e non che noi dobbiamo lavorare come loro».
La Guardia di Finanza, dunque, ha alzato il tiro e, su disposizione della Procura della Repubblica di Trani ha disposto una serie di controlli su larga scala. Da martedì infatti ci sono accertamenti a tappeto in tutti i maglifici di Barletta, al fine di stanare chi si serve di manodopera a nero e sottopagata. Inoltre accertamenti sono in corso per identificare l’esatto numero di “micro-maglieri” abusive disseminate in tutte la città e concentrate in strutture fatiscenti, per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine.


One Comment on “Tre milioni in nero. Camusso: dobbiamo tornare alle regole”

  1. lorenanicardi ha detto:

    Era ora che dopo anni e anni di liberismo selvaggio calato non solo sulla pelle, nella carne, nella vita sempre più devastata di milioni di lavoratori e lavoratrici, ma penetrata anche sul piano simbolico e “culturale” come qualcosa di inevitabile e da accettare comunque pena chissà quale arretratezza, si faccia strada l’idea che “non si compete così”.
    Meglio che niente! ma tante, troppe domande restano senza risposta, anzi non vengono neppure poste. Ad esempio: allora come si compete, visto che quello che conta sul mercato globale alla fine è il prezzo? Visto che la mitica “innovazione” se non porta milioni di lavoratori a lavorare e crepare in buchi infernali, smette semplicemente di sfruttarli in quanto li espelle da qualsiasi processo produttivo? Forse bisognerebbe “innovare” per arrivare a “lavorare meno, lavorare tutti”? ma no, questa è archeologia sindacale…. Cosa dice invece di nuovo il nostro modernissimo sindacato che da decenni ormai cogestisce flessibilità sfrenate, contratti atipici, livelli produttivi e competitività che, da che mondo è mondo, significano solo maggiore sfruttamento per gli uni e miseria ed emarginazione per gli altri?
    L’ipocrisia più schifosa sta proprio nel denunciare che queste lavoratrici prendevano 4 euro in nero! Perché, se avessero preso 3,5 euro netti con qualche bel contrattino atipico, in qualche bell’infernetto a norma asl la cosa sarebbe andata bene? E’ questa la legalità alla quale dovremmo aspirare? Le condizioni formalmente legali a volte sono tanto penalizzanti e da fame che sono addirittura i lavoratori a preferire il nero pur di mettersi in tasca qualche centesimo in più. Allora? Il discrimine oggi non è più nemmeno tra emerso e sommerso: i contratti atipici e la precarizzazione non solo non hanno sconfitto il sommerso, perché a volte sono addirittura più svantaggiosi del “nero”, ma hanno trascinato in un baratro da terzo mondo la condizione di milioni di lavoratori “regolari”.
    Ma qualcuno si accorge di cosa sta succedendo in Grecia? Dov’è la solidarietà delle donne, dei lavoratori, degli studenti col popolo greco? Lo vediamo o no che c’è un paese europeo alle porte di casa dove le famiglie di sottoccupati e a reddito minimo si vedono tagliare la luce perché non riescono a pagare tasse straordinarie, inserite “legalmente” nelle bollette? Un paese dove si vuole “legalmente” abolire la paga minima sindacale e si tassano con mezzi da camorra anche i redditi sotto la soglia di povertà?
 Eppure questi sono i criteri europei “legali e inevitabili” di “risanamento”!
    E allora cosa diciamo di questo presunto debito che sta gettando in schiavitù interi popoli e che vede il nostro Paese come una delle prossime vittime? Lo dobbiamo pagare o no? e come? a chi? in vista di quale futuro per noi e per le prossime generazioni?

    Se non sappiamo rispondere a queste domande almeno dobbiamo cominciare a porcele.

    E’ giusto che i popoli si facciano concorrenza? Ma non è dalla concorrenza che sono sempre nate tutte le guerre? Come facciamo a competere con la Cina e con l’India che crescono gettando nel più spavento tritacarne che l’umanità abbia mai escogitato, la vita di miliardi di persone che vivono e lavorano in condizioni disumane? Se mi si viene a dire che la crescita spaventosa della Cina si deve all’”innovazione” e si tace sull’olocausto di centinaia di milioni di lavoratori-schiavi io mi rifiuto di parlare delle donne di Barletta!

    E ancora: si può crescere all’infinito o bisogna decrescere? E come si fa? E poi come facciamo a prendercela con i nostri imprenditori pezzenti quando noi per prime cerchiamo al mercato il vestito da un euro e non ci viene in mente che a quel prezzo vuol dire che contiene lavoro da schiavi? Certo, si dirà, ma tanto il lavoro da schiavi è contenuto anche negli abiti firmati….Ma questo cerchio va spezzato! Altro che sguinzagliare la Guardia di Finanza alla ricerca di altri miserabili laboratori! Ma vadano a stanare i grandi evasori, a ispezionare la Thissen Krup, altro che fare la solita guerra ai poveri in nome di una legalità che non si capisce più cosa voglia dire.
    Ci vogliono ben altri mezzi, ben altro livello di coscienza per sanare queste piaghe, non certo la repressione. Mettiamoci a studiare, connettiamoci con i milioni di donne, di lavoratori, di popoli che al mondo stanno resistendo a questo macello. Mettiamoci a riflettere seriamente, con coraggio, mettiamoci a cercare soluzioni da ora, a partire dalla nostra vita ma pensata in grande, sullo sfondo di un intero pianeta in cui l’umanità è negata in nome del profitto. 

    Siamo tutte capaci di pretendere cosmetici non sperimentati su animali: perché non rifiutiamo di comprare qualsiasi cosa che non sia stata prodotta da lavoro regolare e dignitosamente retribuito? Non ci sarebbe neanche bisogno di mettere dazi: basta chiedere prodotti “certificati” e non comprare più per nessun motivo il frutto della schiavitù. Vogliamo cominciare a parlarne seriamente senza ripetere slogan più o meno di moda e tutti ugualente ipocriti e demenziali, come volere competizione e dignità del lavoro, competizione e pace tra i popoli, crescita sfrenata di pil e consumi e difesa ambientale. Sappiamo ancora cosa stiamo dicendo, di che cosa stiamo parlando o siamo diventati tutti dischi rotti?
    Il prossimo sabato 15 ottobre mi auguro che milioni di uomini e donne di buona volontà partecipino alle manifestazioni che in moltissime capitali del mondo si terranno contro la schiavitù del debito pubblico e la dittatura delle banche. Una volta tanto vorrei che come donne ci fossimo non solo e non tanto col nostro corpo, col nostro cuore (è una bravura in cui ci siamo già sperimentate) vorrei che ci fossimo con una freddezza che non ci è abituale, vorrei che il nostro pensiero fosse in quel giorno affilato come un rasoio e il nostro sguardo vasto come il cielo. Abbiamo bisogno di capire che giochi si stanno facendo sulla testa di interi popoli e in che modo tutte noi e ciascuna di noi può cominciare a resistere punto per punto, colpo su colpo, gettando già a partire dalla direzione che daremo alla nostra vita di ogni giorno i semi di un mondo diverso, bastano a volte piccoli gesti, piccolissime scelte per chiedersi se indossando un abito da un euro o voltando le spalle al popolo greco (che sta resistendo!) o ignorando il popolo islandese (che sta vincendo!) abbiamo ancora il diritto di piangere sulle donne di Barletta.

    Lorena Nicardi


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