Dai problemi alle soluzioni: parlano le/gli economiste/i

I problemi che hanno le donne italiane li conosciamo bene. Li conosciamo perché li viviamo sulla nostra pelle, perché vediamo le amiche arrabattarsi con precarietà, desiderio di maternità, figli piccoli, genitori anziani. Li ha descritti bene il Rapporto Istat.
Ma le soluzioni? Né i governi di destra né quelli di sinistra sembrano aver fatto una gran differenza. Forse perché governi non ci hanno ascoltato abbastanza? O forse perché noi stesse non abbiamo le idee chiare? O forse proprio perché ci sono diverse soluzioni, diversi pareri su come uscirne, e non c’è ancora un consenso. Fare buona politica vuol dire costruire consenso non solo su quali sono i problemi, ma anche su quali sono le soluzioni.
Per fare capire più chiaramente come ci esistano diverse opzioni politiche che possono dare risposta ai problemi che poniamo sul tappeto, e per aiutare ognuna di noi a pensare e a capire quali potrebbero essere, abbiamo intervistato alcuni esperti, uomini e donne, ponendo loro le stesse quattro semplici domande: 1) perché in Italia la situazione lavorativa delle donne è quella che è 2) qual è il legame tra scelte di genitorialità e lavoro femminile 3)quali sono le politiche di largo respiro che andrebbero fatte per migliorare la situazione 4) quali sono gli interventi specifici sulle regole del lavoro e sul welfare che raccomanderebbero.
Vi presentiamo le domande e le risposte, invitandovi a leggere e a confrontare, apprezzando le diversità di impostazioni e le somiglianze. L’incontro di Siena è un incontro aperto, un incontro di dialogo, in cui anche posizioni diverse hanno cittadinanza. Il 13 febbraio abbiamo detto basta. Il 9 e 10 luglio vogliamo conoscerci e metterci in rete per ottenere quello che ci occorre: accettiamo la responsabilità politica di pensarci, di scegliere, e di spiegare cosa vogliamo e come vogliamo ottenerlo…

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RIMETTIAMO AL MONDO L’ITALIA: INDENNITÀ DI MATERNITÀ PER TUTTE

Tutte le donne che lavorano devono poter scegliere se essere madri.
Tutte?
Le precarie no. Le precarie non possono scegliere.

In Italia la legge prevede cinque mesi di congedo obbligatorio di maternità, pagato all’80% del salario, per le lavoratrici che hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
La coppia ha anche a disposizione un periodo di congedo facoltativo, retribuito al 30% del salario, che può arrivare fino a 11 mesi.

Le collaboratrici a progetto, professioniste con partite Iva, lavoratrici atipiche precarie, non hanno diritto a nulla. Il 43% delle donne italiane con meno di 40 anni, e il 55% di quelle che ne hanno meno di 30, se decidono di avere un figlio non accedono alla maternità con i benefici previsti dalla legge.

Le madri lavoratrici a tempo indeterminato pagano la maternità con una diminuzione del 20% del salario nei 5 mesi di congedo obbligatorio, le imprese pagano la maternità con i contributi sul salario che alimentano il fondo previdenziale su cui grava l’indennità, le madri precarie pagano la maternità rischiando il proprio posto di lavoro o rischiando di dover dipendere dalla famiglia o dal proprio compagno.

Noi vorremmo che a pagare la maternità fosse il bilancio pubblico.

In Francia la spesa sociale a favore di famiglia e bambini è il 2.5 del PIL. In Germania il 3.2.
In Italia è l’1.1. Crediamo per questo che esistano i margini perché il nostro paese corrisponda un assegno di maternità universale per cinque mesi a tutte le madri, dipendenti o autonome, stabili o precarie, a carico della fiscalità generale e non di un fondo INPS.

Maternità? Vogliamo poter scegliere:
RIMETTIAMOCI AL MONDO, TUTTE.


RIMETTIAMO AL MONDO L’ITALIA: IL CONGEDO DI PATERNITÀ

Da che mondo è mondo i figli si fanno in due.
Ma tra un mondo e l’altro c’è qualche differenza.

In Italia la legge 53/2000 prevede per i padri un congedo facoltativo con il 30% della retribuzione. La coppia ha a disposizione in tutto 10 mesi di congedo facoltativo, che arrivano a 11 se l’uomo ne prende almeno tre. Ma chi può permettersi di perdere il 70% del salario per tre mesi, e per giunta con un figlio piccolo?
In Italia il congedo facoltativo di paternità esclude gli uomini dalla crescita del bambino, trasformando il congedo obbligatorio di maternità in un handicap per le donne sul mercato del lavoro.
La parità fra i sessi cancellata in un colpo solo.

In Germania il governo Merkel ha scelto di andare verso una più equa distribuzione del lavoro di cura con l’introduzione di un congedo di due mesi per i padri da aggiungere al congedo parentale fruito dalla madre.
In Olanda, paese caratterizzato da elevatissima diffusione del part-time, a partire dal 2000 il governo ha cercato di orientare le scelte dei genitori in direzione di un modello di coppia più egualitario con due lavori a ¾ di tempo.
L’Unione Europea lo scorso 8 marzo ha approvato la direttiva 2010/18/UE che richiede agli Stati di provvedere un mese di congedo parentale per il padre non cedibile. Nell’ottobre 2010 è passata al Parlamento Europeo la proposta di direttiva che prevede quindici giorni di congedo obbligatorio per il padre, retribuito al 100% del salario, a carico della fiscalità generale e non di un fondo contributivo.

A noi piacerebbe che l’ltalia anticipasse questa direttiva istituendo
il congedo obbligatorio per i padri retribuito al 100% a carico della fiscalità generale.

Vogliamo condividere gioie e fatiche di figli & lavoro:
RIMETTIAMOCI AL MONDO, TUTTI.


RIMETTIAMO AL MONDO L’ITALIA: LE DIMISSIONI IN BIANCO

C’era una volta una legge.
Ora, naturalmente, non c’è più.

La legge 188 del 17 ottobre 2007 era nata per impedire la pratica delle cosiddette dimissioni in bianco, un vero e proprio abuso di potere compiuto nei confronti di lavoratrici e lavoratori.
Cos’ è la dimissione in bianco? È una lettera di dimissioni volontarie, senza data, che il datore di lavoro può far firmare al lavoratore al momento dell’assunzione.
La data è in bianco perché… verrà messa successivamente. Quando quella ragazza sarà incinta, per esempio, o quando quel ragazzo avrà avuto un infortunio o una lunga malattia.
Che questa pratica sia diffusa è confermato dai dati delle Acli, dell’Isfol e dagli uffici vertenze del sindacato. Le giovani donne sono le più colpite.

L’obiettivo dell’abuso  è quello  di aggirare il divieto di licenziamento che vige nel nostro ordinamento in assenza di giusta causa e giustificato motivo (art.18 dello statuto dei lavoratori).

La legge 188 del 17 ottobre 2007 aveva una funzione preventiva: le dimissioni volontarie, per qualunque tipologia di rapporto di lavoro, dovevano essere date esclusivamente su moduli numerati progressivamente. Avendo una scadenza di quindici giorni, i moduli non potevano essere compilati prima del loro utilizzo.
Era una legge semplice ed efficace, priva di costi. Quando fu  presentata si cercò il consenso delle donne di centro sinistra e di centro destra. Venne votata all’unanimità alla Camera e a maggioranza al Senato, dove l’opposizione principale fu condotta dall’allora senatore e oggi Ministro del lavoro Maurizio Sacconi.

Nel giugno 2008 il governo Berlusconi, appena insediato, ha abrogato la legge.

La sua riconquista ha un significato simbolico straordinario, per le donne e per gli uomini: RIMETTIAMO AL MONDO L’ITALIA, RIPRENDIAMOCI LA LEGGE 188.


Volantino 8 marzo