Uomini che non formano le donne

di Irene Consigliere, pubblicato sul Corriere della Sera del 14 Ottobre 2011

Il talento femminile? Non è ancora abbastanza valorizzato. Lo afferma una ricerca di McKinsey per la Fondazione ValoreD, per cui solo il 25% degli amministratori delegati, il 18% delle loro prime linee e l’11% delle seconde linee si impegna significativamente nella promozione del talento femminile in azienda, mentre quasi il 70% delle società non offre programmi di formazione dedicati alle donne. E per aiutare le diverse realtà a colmare questo gap, la fondazione ha preparato un kit dedicato alla sensibilizzazione del management e alla formazione della leadership femminile.

L’indagine che ha coinvolto 28 grandi gruppi afferma che l’impegno del top management e corsi di aggiornamento dedicati sono leve fondamentali per la crescita femminile sul posto di lavoro. Tra le società che si sono concentrate su programmi specifici si registra quasi il 22% in più di donne in posizioni di vertice. Le realtà intervistate rivelano tuttavia forti ritardi, come evidenziato sopra. Leggi il seguito di questo post »


In tempi di crisi gli uomini lasciano il potere alle donne

di Giulio Gambino, pubblicato il 12 ottobre 2011 su http://www.thepostinternazionale.it

Il messaggio con cui Michele Bachmann, regina del Tea Party, vuole conquistare la Casa Bianca suona più o meno così: dice di essere scesa in politica per obbedire alla chiamata di Dio. Ma anche Marine Le Pen, Martine Aubry e Ségolène Royal scaldano i motori per partecipare alle prossime presidenziali. Le donne che ricoprono incarichi di primo piano nel mondo della politica internazionale sono sempre di più: dalla signora Merkel a Hillary Clinton, da Christine Lagarde a Dilma Rousseff.

Nei primi anni Novanta di premier al femminile se ne contavano solo quattordici; nel decennio successivo, dal 2000 al 2010, la cifra si è più che raddoppiata e le donne al potere sono diventate 35. Così oggi, all’attivo, sono venti tra prime ministre e presidentesse nel mondo. Dal 1995 il numero ha raggiunto, in proporzione globale, una crescita pari al 7 per cento. Per Unifem, il Fondo delle Nazioni Unite per le Donne, la presenza femminile nei Parlamenti è passata dal 11,7 per cento del 1997 al 19,3 per cento del 2011. Leggi il seguito di questo post »


Tragedia di Barletta, conferenza stampa dell’UDI a Bari il 14 ottobre

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato:

 

BARI Venerdi 14 ottobre 2011 ore 12.00

sala Conferenze della  Regione in Lungomare Nazario Sauro
Conferenza Stampa dell’UDI – Unione Donne in Italia

L’Associazione  tiene una conferenza stampa a  Bari  per dire che le donne dell’UDI sono  vicine alla tragedia che ha colpito Barletta e nello stesso tempo per ribadire che non c’è libertà senza sicurezza e legalità.

 

libere di lavorare

in un paese che assicuri

OVUNQUE

vita e legalità

saranno presenti:

Pina Nuzzo, Delegata nazionale UDI

Elena Gentile, Assessora al Welfare Regione Puglia
Serenella Molendini, Consigliera Regionale di Parità della Puglia
Enza Miceli,  Udi  Macare Salento,

Marianna Sassi, Udi Pesaro,

Magda Terrevoli , Presidente della Commissione Regionale di Pari Opportunità Puglia
Anna Maria Carbonelli, Presidente della Consulta Femminile Regione Puglia

Attorno a queste parole  ruota  l’ANTEPRIMA del XV Congresso nazionale UDI   che si terrà a Bologna sabato 15 ottobre, ore 9,00  nell’aula Stabat Mater della Biblioteca dell’Archiginnasio. Sono chiamate a parlare e a confrontarsi donne dell’economia, dell’imprenditoria, del sindacato e della politica.

noidell’udi noiconledonne  è lo slogan che accompagna il XV Congresso Nazionale UDI  che si terrà sempre a Bologna dal 21 al 23 ottobre, presso la Sala Farnese di Palazzo d’Accursio. Parole  che racchiudono tutte le esperienze  maturate in questi anni dall’associazione, che torna a chiedersi con forza: “da chi vogliamo farci vedere e da chi vogliamo farci riconoscere per costruire un noi con le donne che sia fecondo”.

Roma 10 ottobre 2011


Il commento di Suor Bonetti ai Nobel per la Pace

Pubblicato su Famiglia Cristiana online il 10 ottobre 2011

Noi donne, con o senza Nobel

Bisogna investire sulle donne, credere nella loro capacità di costruire un mondo di pace, libertà, accoglienza e sviluppo. Ecco la grande lezione dei Nobel per la Pace.

Il giorno dopo l’assegnazione del Premio Nobel a tre donne, due liberiane, Ellen Johnson Sirleaf, prima Presidente donna di uno stato africano, e Leymah Gbowee, attivista pacifista, quindi figlie di terra africana, e una yemenita, Tawakkol Karman per il suo impegno per promuovere i diritti delle donne e la democrazia nello Yemen, non fa che riempirmi di gioia, gratitudine e speranza.

      La giuria ha voluto scegliere tre donne, una molto nota per la sua posizione di leader, mentre le altre due meno conosciute pubblicamente, ma altrettanto attive e che hanno saputo incidere nella vita, nello sviluppo e nell’opera di riconciliazione dei loro Paesi in modo positivo. Infatti, la motivazione del premio veniva così espressa: «Per la loro lotta non violenta in favore della sicurezza delle donne e del loro diritto a partecipare al processo di pace». Leggi il seguito di questo post »

La dignità delle donne finisce in barzelletta: un articolo di Stefanella Campana

Riportiamo un commento all’attualità di Stefanella Campana,  pubblicato da La Stampa il 7 ottobre scorso:

Lavoro e dignità delle donne? Buttiamola in barzelletta

Una insopportabile distanza con la realtà del Paese. Una mancanza di stile, di attenzione nei confronti di oltre la metà degli italiani, le donne. Nel giorno dei funerali di quattro operaie e di una ragazzina vittime di una tragedia annunciata che ha ricordato a questo paese  che c’è chi lavora 10-10 ore al giorno per 3,95 euro all’ora, senza alcuna tutela, c’è chi fa battute di pessimo gusto, dal premier ai leghisti alla Camera nel totale disprezzo della dignità delle donne e del loro lavoro e impegno. E’ questo il senso di responsabilità di chi dovrebbe governare questo nostro Paese?
Fino a quando è tollerabile tutto questo? Mentre si chiede alle donne la parità in uscita dal lavoro, per un atto di giustizia dovrebbe esserci anche la parità nelle condizioni di lavoro. Ma si preferiscono le barzellette anziché affrontare  problemi seri.


Non siamo un paese per donne? La risposta è nei numeri dell’Istat

Intervista a Linda Laura Sabbadini di Paola Zanuttini sul Venerdì di Repubblica

D’ accordo, è un brutto momento per le italiane: le più in vista, elevate al rango di maîtresse à penser, sono le ospiti a cena di Berlusconi. Ma è giusto che, nella sua classifica sui 165 Paesi in cui è meglio o peggio nascere donne, Newsweek piazzi l’Italia al cinquantanovesimo posto, fra Uzbekistan e Russia? Veniamo dopo la Moldavia, dove la tratta di ragazze da prostituire ha devastato una generazione. Dopo la Cina che, con la politica del figlio unico, ha causato uno sterminio di neonate.
Per stilare la pagella, il settimanale ha esaminato cinque indicatori: giustizia, salute, istruzione, economia e politica. Al top e in fondo, niente di nuovo, il Nord Europa stravince e l’Africa sprofonda, ma la zona media sconcerta: possibile che le brasiliane governate da una gioviale progressista stiano peggio che nel Brunei dominato da un sultano con l’harem?
Chiedo lumi a un’italiana che ce l’ha fatta: Linda Laura Sabbadini, nuovo direttore del Dipartimento statistiche sociali e ambientali all’Istat, fiera di esserci entrata con un concorso da licenza media inferiore nel 1983. Beh, era già iscritta a Statistica (poi si è laureata), ma varcò il tempio dei numeri per il censimento dell’industria per dare una mano: “Anzi, due. In gran parte quello era ancora un lavoro manuale”.
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Donne e non violenza: due rivoluzioni

di EMMA BONINO sul Corriere della Sera, 8 ottobre 2011

Dire che sono contenta è banale, ma vero. Sono molto contenta. Perché se pure qualche rumore sulla possibilità che il premio Nobel per la Pace potesse essere conferito a Ellen c’era, la competizione è stata difficile fino all’ultimo. Con lei, Ellen Johnson Sirleaf, ho lavorato un po’ di anni fa: era mia collega nell’International Crisis Group. Era il periodo in cui era in esilio a Washington, dopo l’arresto e la galera negli anni Ottanta seguiti al colpo di Stato; spinse l’organizzazione a occuparsi di più di Africa e delle dittature.

Ma quello che mi fa più contenta è la motivazione di questo Nobel, che è rivoluzionaria. Non solo afferma che senza le energie e la creatività del 50 per cento della popolazione mondiale non si va da nessuna parte. Ma premia la scelta, da parte di queste tre donne, della nonviolenza declinata in modi diversi, certo, nelle diverse aree del mondo. Da radicale per me è un principio fondamentale. Infine, e questo si vede soprattutto nella scelta dell’attivista liberiana Leymah Gbowee, si premia la riconciliazione post dittatura. Lei, cristiana, ha fatto un’associazione con le donne musulmane, superando le diversità religiose in nome del bene del suo Paese. Mi ricorda, con tutte le diversità del caso, il Nobel del ’76 attribuito alle attiviste nordirlandesi Betty Williams e Maired Corrigan che avevano fondato l’associazione Women for peace (donne per la pace), con le donne cattoliche e protestanti insieme.

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Un abbraccio generazionale

Ero prudente, guardinga, ma a Siena è successo ciò che aspettavo da tempo: la stretta di mano tra donne diverse, la voglia di andare avanti insieme, l’ascolto e l’inclusione.

di Maddalena Vianello su Leggendaria settembre 2011

L’incontro di Se non ora quando? del 9 e 10 luglio a Siena ha per me segnato un punto, determinando un prima e un dopo.
Per chi è nata fra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta la solitudine politica è stata una compagna di vita presente e sgradita. In molte siamo state ragazze orfane di un movimento e prive di luoghi di aggregazione e di appartenenza. In molte siamo diventate donne sole, divise. Non siamo state in grado di creare una nuova coscienza di genere. Non siamo state capaci di fidarci le une delle altre, di incontrarci, di confrontarci, di sostenerci.
In molte ci siamo sentite soffocate da una generazione di mamme ingombranti, dallo spettro di un femminismo a tratti lontano dalle esigenze concrete della quotidianità, da una fase politica desolante della storia del nostro Paese.
Ci siamo chiuse in noi stesse, tormentate da una quotidianità divorante senza riuscire a trovare risposte, considerando la partita persa in partenza. Ci siamo rifugiate sui nostri divani, o meglio su quelli gentilmente messi a disposizione dalle nostre famiglie, come luogo di incontro e di confidenze femminili. Certo, il mondo esterno non ci ha aiutate, ma non sarebbe onesto appellarsi al destino per dimostrare la propria irreprensibilità.
Dopo la manifestazione del 13 febbraio 2011, ho voluto stare a guardare ancora un po’. Osservare come si mettevano le cose. Dopo diversi tentativi, naufragati in delusioni cocenti, non sono più soggetta a facili entusiasmi. Sono diventata prudente, scettica. Ciò nonostante la nascita di Se non ora quando? mi ha scosso fin dal principio, fin dalle prime polemiche che hanno visto le donne schierarsi e dividersi. Il movimento, però, si è affermato prendendo le distanze in maniera gentile, ma ferma, da polemiche, strumentalizzazioni e distinguo. Eppure, per me non era ancora sufficiente. La preparazione dell’appuntamento di Siena è stata accompagnata da un onda “anomala” di mobilitazione: il blog perennemente intasato da troppi contatti, i comitati e le associazioni che convergevano, le donne che si mobilitavano.

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Femminile plurale: il Nobel per la Pace 2011 va a tre donne

“Per la loro lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e dei loro diritti verso una partecipazione piena al processo di costruzione della pace”, recita la motivazione del premio. Perché quest’anno il Nobel per la Pace lo condividono in tre, e si tratta di tre donne diverse tra loro che in comune hanno la tenacia e la determinazione con cui hanno lottato per la pace nei rispettivi paesi. Annunciato o meno (alcuni propendevano anche per i blogger arabi, che hanno avuto un ruolo enorme nella cosiddetta primavera araba), il premio è stato infatti assegnato a è stato assegnato a Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia, all’avvocatessa liberiana Leymah Roberta Gbowee, e all’attivista yemenita Tawakkol Karman.

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Montesano sulla Marcellana chiama Barletta: SOS lavoro nero

Ieri è iniziato il processo d’appello per l’attribuzione delle responsabilità conseguenti all’incendio del materassificio Bimaltex di Montesano sulla Marcellana, che nel luglio del 2006 costò la vita a due operaie in nero del nostro comprensorio territoriale, Giovanna Curcio ed Anna Maria Mercadante. Oggi è tanto vivo in noi lo sconcerto per la morte di altre quattro omologhe lavoratrici, seppellite pochi giorni fa da cumuli di macerie a Barletta, che appare fondamentale andare più in là dell’emotività del momento, per trovare strumenti di azione che vadano oltre i giorni del dolore, delle lacrime, della costernazione.

Muore chi lavora di lavoro nero e si va avanti fino alla prossima strage, come se fosse impossibile prevederla ed evitare altri morti. Il silenzio della rassegnazione ci toglie le parole e la forza di agire, quasi che il lavoro nero fosse un evento naturale, un cataclisma le cui conseguenze dobbiamo sopportare perché imprevedibili. Appare, quindi, indubbiamente appropriato il manifesto predisposto dal Comitato nazionale Se non ora quando sulla strage di Barletta che, intitolato “5 donne normali sotto le macerie di un Paese anormale”, sottolinea le responsabilità collettive di quest’Italia che copre le illegalità e le fa diventare normalità. Tanto che sembra ineludibile il destino dei nostri imprenditori che, non riuscendo o non volendo stare in regola sul mercato, impongono alle proprie maestranze condizioni di lavoro non consentite dalle norme. Altrettanto inevitabile appare il ricorso a operai/e che per vivere devono in qualsiasi parte d’Italia sottostare al ricatto “o si lavora così o niente”. Ma non è egualmente irrimediabile che le istituzioni deputate ai controlli non conseguano su tutti i fronti risultati positivi per il debellamento del lavoro nero.

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